In migliaia per venerare le spoglie di padre Pio

In viaggio con i 15mila pellegrini per assistere al rito dell’ostensione del frate miracoloso: il viso coperto da una maschera in silicone. <strong><a href="/a.pic1?ID=257186">La vita di Irene, &quot;sconvolta&quot; dal santo</a></strong>

Foggia - Quelle dita nere che spuntano dai mezzi guanti e quel volto corroso che posso soltanto immaginare sotto la pietosa maschera di silicone che lo replica e lo protegge, sono di una materia che non è più di questa terra. Forse è qualcosa di indefinibile, superiore agli inevitabili limiti dei concetti e delle aggettivazioni terrene. Di certo non è più «l'argilla primordiale» in cui Padre Pio fu plasmato alla nascita, come ha detto nella sua omelia il cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.

Ma se per tanti, pur credenti, questo corpo venerabile rimane un mistero o perlomeno il dubbio legittimo di chi si pone domande in cerca di una ragione, per molti di più è ben altro. Lo è, senza esitazioni, almeno per i 15mila pellegrini che ieri si sono ritrovati qui, a San Giovanni Rotondo, per celebrare l'ostensione delle spoglie del santo di Pietrelcina a quarant'anni dalla morte. Ed è un popolo, quello di Padre Pio, che ho visto arrivare ancora a notte fonda, quasi guidato lungo i tornanti che portano quassù da una luna enorme e gialla, potente faro puntato giù, da qualcuno che conta, per illuminarne il cammino. Un popolo che poi, ieri mattina, pur sferzato da un vento gelido, si è raccolto alla spicciolata davanti a un altare all'aperto. Un popolo vario per dialetti e per lingue, dal napoletano al tedesco, dal milanese allo slang di San Francisco. Un popolo che avanza sulle gambe scattanti dei bambini, su quelle stanche degli anziani, su quelle tremolanti di chi si regge a un bastone, su quelle infine immobili di chi è ormai costretto a contare sulle braccia degli altri e sulle ruote di una carrozzella.

E sopra quelle gambe, sopra quei corpi di ogni età e vigoria, ho visto volti che soffrono, volti che sperano, o semplicemente volti che assistono, con gli occhi umidi o anche soltanto sgranati, a un mistero in cui credono proprio perché è più grande di loro. Per questo si sono spinti fin quassù: per condividere qualcosa che non hanno il bisogno di dover capire o spiegare. Perché se potessero farlo, per loro non sarebbe più quello che è. Cioè fede fattasi carne: da vedere, se non da toccare. Altrimenti quelle dita nere, quei lineamenti solo immaginabili, tutte le membra nascoste di un corpo che un tempo è stato terreno, non sarebbero più l'essenza stessa di Padre Pio. Ovvero «l'olio nuovo sulla ruggine della nostra stanchezza», così come lo ha misticamente definito - quasi «aspergendolo» sulla folla - il cardinale Martins.

Arrivano dal Sud, come il napoletano Luigi Zinbaldi, giunto qui con il figlio Antonio, 19 anni, una maschera di fasce bianche da cui spuntano solo gli occhi dopo l'esplosione sul lavoro che il 15 gennaio 2007 gli ha lasciato su più del 50% del corpo atroci ustioni di 3° e 4° grado ancora lontane dalla guarigione. «Due settimane prima - racconta papà - la notte di quel Capodanno che avevamo voluto celebrare proprio qui, perché devoti da sempre, mio figlio aveva trovato per strada, in un bidone dell'immondizia, un ritratto del Santo e mi aveva chiesto “perché un gesto del genere proprio in un luogo così sacro?”. E se lo era portato a casa per ripulirlo e incorniciarlo». Due settimane dopo, la disgrazia. «Ora sappiamo perché, ce lo hanno spiegato i frati. Perché Padre Pio sapeva già tutto quello che sarebbe successo e aveva voluto mandargli un sollievo. Ma ha fatto altro, perché Luigi non avrebbe dovuto nemmeno più esistere, mentre lui ce l'ha restituito nonostante i medici non ci dessero più speranze», conclude Luigi con uno sguardo indurito dal dolore, ma dignitosamente asciutto.

Non ce la fa invece a trattenere la commozione Maria Groeger, un'anziana di Monaco di Baviera che Padre Pio lo ricorda così come l'aveva visto nel 1968, benedicente alla finestra, una settimana prima che morisse. E pochi giorni dopo, racconta, le era riapparso in sogno, che la sgridava per le sue lacrime dicendole di non piangere, perché ormai lui era felice in Paradiso. «Per non dire di quello che mi ha regalato in seguito - aggiunge Maria con gli occhi che le si riempiono definitivamente di lacrime -. Ovvero l'inspiegabile guarigione di mia sorella da un cancro».