Milano, la Procura contro il Lodo Alfano

Processo Mediaset, i pm sono convinti: è incostituzionale. Ok dai giudici lombardi. La norma contestata dai magistrati prevede la sospensione del processo
penale nei confronti delle quattro più alte cariche, dal Capo di stato
al premier

Milano - Sarà la Corte Costituzionale a decidere se il «lodo Alfano», la legge che ha stabilito la sospensione dei processi a carico delle maggiori cariche istituzionali (presidenti della Repubblica, del Consiglio e delle due Camere), sia o no legittimo. Accogliendo la richiesta della Procura, ieri il tribunale di Milano ha deciso di sollevare questione di legittimità costituzionale del provvedimento. Il processo per frode fiscale a carico del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi resta pertanto sospeso in attesa della decisione della Consulta. E, per ragioni di «economia processuale», viene sospeso anche il procedimento a carico dei coimputati del premier. Nei confronti di tutti, come prevede la legge, i termini di prescrizione restano nel frattempo congelati.

La prima sezione del tribunale, presieduta dal giudice Edoardo d'Avossa, sta processando il Cavaliere per la vicenda dei diritti dei film da trasmettere in tv, il cui costo secondo la Procura sarebbe stato gonfiato per importi rilevanti. Il processo (come pure quello per corruzione in atti giudiziari che riprende stamane davanti al giudice Nicoletta Gandus) era destinato alla sospensione per effetto del «lodo Alfano». Ma ieri, come previsto, in apertura d'udienza il pm Fabio De Pasquale è partito all'attacco della nuova legge, accusandola di essere incostituzionale al pari di quella analoga (nota come «lodo Maccanico») emanata dal parlamento nel 2003 e cancellata dalla Consulta sei mesi più tardi. In sostanza, secondo De Pasquale, il Parlamento avrebbe emanato nuovamente la norma già bocciata quattro anni fa. Una norma, secondo la Procura, ingiusta ed irragionevole: anche perché crea una diversità di trattamento tra diverse cariche dello Stato. Per esempio, garantendo al presidente del Consiglio garanzie che non valgono per i ministri, o ai presidenti delle Camere privilegi sconosciuti ai comuni parlamentari. In questo modo, ha polemicamente affermato il pubblico ministero, si dà dignità di legge a una scala gerarchica tra le diverse autorità pubbliche i cui unici precedenti sono le norme che ai tempi della monarchia stabilivano l'ordine di entrata nella stanza del sovrano. È ben vero, dice il Pm, che la stessa Corte Costituzionale ammette che la serenità nell'esercizio delle funzioni pubbliche è un «interesse apprezzabile», ma questo vuol dire ben poco. «E la serenità del presidente del Consiglio, inteso come persona fisica, non ci sembra un bene da tutelare».

Gli avvocati di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo, avevano chiesto al tribunale di respingere i dubbi di legittimità del lodo Alfano e di dargli immediata applicazione congelando la parte di processo relativa al capo del governo. Ghedini, in particolare, aveva ricordato come la controfirma senza riserve della nuova legge da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fosse la dimostrazione più evidente che il nuovo testo ha fatto tesoro delle obiezioni che nel 2004 avevano portato la Consulta a bocciare il vecchio lodo Maccanico. In particolare, è stata indicata una durata massima per la sospensione dei processi: l'assenza di questa indicazione era stata, hanno ricordato i legali del Cavaliere, una delle principali fonti di dissenso della Corte Costituzionale.

Invece, dopo una lunga camera di consiglio, il tribunale ha ritenuto che la questione sollevata dalla Procura «non è manifestamente infondata». A lasciare perplessi i giudici non è in sé l'ipotesi che possano venire sospesi per il solo tempo della durata in carica i processi ai vertici della Repubblica, ma la possibilità che una simile norma venga introdotta con una legge ordinaria e non con una legge costituzionale. Il giudice D'Avossa ha ricordato che nel 1947 l'assemblea costituente aveva discusso a lungo se introdurre una norma simile nel nostro ordinamento. L'ipotesi allora venne scartata ma questo precedente dimostrerebbe, secondo il tribunale milanese, che una innovazione in questa materia deve inevitabilmente passare per una riforma della Costituzione.