Il mistero dei baby migranti che spariscono dopo lo sbarco

Sfidano la morte per toccare la terra promessa, e poi svaniscono nel nulla. La strage degli innocenti si consuma ogni giorno, lontano dai riflettori. Con un cinismo che solo la burocrazia è in grado di generare, li chiamano eufemisticamente «minori non accompagnati»: bimbi di ogni nazionalità che giungono in Italia per lo più a bordo delle carrette del mare. Non accompagnati, perché viaggiano senza genitori nè familiari.
Dove vanno? Dove sono? «Le cose non penso stiano come sembrano», fa esclamare Andrea Camilleri ad un insolitamente tranquillo dottor Pasquano nel suo Il giro di boa, mentre il commissario Montalbano indaga su trafficanti di pezzi di ricambio umani che si spediscono da una costa all'altra del Mediterraneo «minori non accompagnati» da trasformare in carne da macello. Oltre l'apparenza portano anche i numeri: stando ai dati della Direzione generale immigrazione del ministero del lavoro, al 31 luglio i baby migranti ospiti delle comunità italiane erano 5.950, in buona parte sotto i 14 anni (all'incirca il 20%). All'appello ne mancavano 1.452, dei quali 1.257 nella condizione di minori non accompagnati.
Non dovrebbe accadere. Per legge, non potrebbe: una volta approdati in Italia, bimbi e adolescenti andrebbero trasferiti in comunità, in attesa del completamento della procedura di affido. «Ma i Comuni - spiega Vivana Valastro, di Save the children - non hanno fondi. Così i minori stranieri restano nei centri di prima accoglienza, dove le condizioni di vita sono difficili». E loro evadono. O si dileguano ancor prima d'entrarvi. Una settimana fa, a Isola Capo Rizzuto, nel Crotonese, se ne sono volatilizzati una ventina. Che fine hanno fatto? «Siamo in una zona ad alta densità mafiosa ed è grande la preoccupazione», ammette la garante per l'infanzia della Calabria, Marilina Intrieri: «Questi ragazzi sono soli, affamati, scalzi, non conoscono la lingua. Ciò li rende ancor più vulnerabili. Lo Stato non può arrendersi: deve ritrovarli». Una preoccupazione che fino a qualche tempo era condivisa anche da altri. Nella primavera del 2011 l'allora procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso non usava mezzi termini: «Quattrocento minori sbarcati a Lampedusa sono scomparsi. Alcuni sono stati trovati con dei bigliettini con il numero di un referente al quale collegarsi e che, probabilmente, fa capo a qualche organizzazione criminale». «Temiamo che questi minori siano coinvolti in attività di lavoro irregolare, nonchè di accattonaggio, furto e prostituzione», gli faceva eco il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg.
Voci autorevoli, che non hanno cambiato il corso delle cose. Osman, tredicenne libico, racconta di essere stato «imbarcato a forza da gente che voleva liberarsi della mia famiglia e spedito come un pacco». Lo hanno soccorso al largo, prima che a riva qualcuno potesse ritirarlo. Nabil, tunisino suo coetaneo, è diventato muratore dopo la gavetta al Pratello, il carcere minorile di Bologna: era entrato nell'esercito dei migranti desaparecidos al servizio della mala. Mussa Khan, giovanissimo afgano, il ronzio dei kacakcilar, i trafficanti di esseri umani, lo aveva tweettato mentre attendeva di imbarcarsi a Patrasso: «Si confondono tra la gente nei vicoli, nelle caffetterie, nella piazza davanti alla moschea. Sulla rotta dei migranti. Sfuggenti, invisibili, onnipresenti». Proprio come i bimbi fantasma: non si vedono, e perciò si crede non esistano, ma le cose non sono come sembrano. E non solo nei romanzi.