Il mistero dei gatti volanti si spiega con la scienza

Lui si chiama Wasabi ed è finito sulle pagine del Daily Mail perché è caduto dall'11mo piano di un grattacielo, circa 40 metri di altezza, a Juneau, in Alaska. Stephanie, la giovane proprietaria della micia, si è accorta che l'oggetto del desiderio di Wasabi, in punta sul cordolo del balcone, era una mosca. É corsa per afferrarla, quando Wasabi è scattata sulla mosca che però ha capacità di volo molto più sviluppate dei gatti... Stephanie, con il cuore in gola, ha visto il puntino per terra che non si muoveva e ha preso di corsa l'ascensore intuendo che non c'era più nulla da fare. Arrivata in strada però ha sentito Wasabi lamentarsi: era ancora viva e incredibilmente l'ha vista alzarsi dal selciato e fare alcuni passi, per quanto dolorante e claudicante. Portata dal veterinario, Wasabi se l'è cavata con qualche chiodo piantato nelle ossa fratturate e una prognosi di sei settimane. Nessun problema per la sua vita. Ossa rotte a parte, Wasabi sta benissimo.
La storia di Wasabi in realtà è una storia di ordinaria follia dei gatti che sono dotati di un equilibrio ai limiti dell'incredibile e notoriamente di agilità fuori dal comune, fra tutti i mammiferi. Un uomo, un cane, un coniglio e qualunque altro animale mi venga in mente in questo momento, dopo una caduta da 40 metri di altezza, sarebbero, come suol dirsi, «da tirare su con il cucchiaino». La maggior parte dei gatti che cade da notevoli altezze invece spesso sopravvive, anche se a prezzo di diverse fratture. Questa «malattia» tipica dei gatti è un vero incubo per chi vive in appartamento a un piano alto e si trova regolarmente il micio sul cordolo del balcone a fare la siesta o a caccia di mosche, magari al tramonto, quando la luce viene a mancare (per noi ma non per lui).
Gli americani hanno coniato il termine di «High Rise Syndrome» («Sindrome della caduta dall'alto») e costituisce un paragrafo importante di tutti i sacri testi di patologia del gatto. Quello che non era chiaro, almeno fino a quando gli americani non si sono messi seriamente a studiare il problema, era il perché i gatti che cadevano dai piani alti, avessero un tasso di sopravvivenza superiore a quelli che cadevano dai piani intermedi. Fino al secondo, terzo piano, specie se sotto non ci sono ostacoli e il fondo è erboso, un gatto giovane e sano non si fa di solito neanche un graffio, mentre, a cominciare dal quarto fino al settimo, i traumi si fanno maggiormente gravi ma soprattutto aumenta la mortalità. Oltre il settimo piano paradossalmente diminuisce la mortalità anche se a prezzo di notevoli traumi alle ossa. Perché? Un paio di università americane si sono accordate per sciogliere l'arcano e ci sono riuscite, filmando, con una speciale telecamera, la caduta dall'alto dei gatti. Va da sé che sotto a tutti i «volontari» c'era un tappeto particolare in grado di assicurare loro l'assoluta incolumità. Il risultato è questo: quando un gatto cade da una grande altezza, cade in una specie di oscuramento dei sensi che gli permette di distendere completamente il corpo e farlo atterrare distribuendo l'impatto su ogni suo centimetro. I gatti che cadono dai piani intermedi invece non hanno il tempo di cedere a questo stato e s'irrigidiscono, aumentando i danni del contatto col suolo. Provate a fare un piccolo salto stando rigidi come baccalà o piegando le ginocchia a e capirete come funziona.
Quando ero all'università si leggeva del «gatto paracadutista di New York» che è caduto otto volte dal 14mo piano di un grattacielo di Manhattan, sopravvivendo sempre seppur con chiodi e bulloni ovunque. Gli è stata fatale la farfalla della nona volta. D'altronde per gli americani i gatti hanno nove vite. Lui le aveva esaurite.