Monti prova a vendere agli americani un Paese depresso

RomaÈ difficile immaginare Mario Monti mentre cerca di convincere il numero uno di Google Larry Page, Tim Cook, successore di Steve Jobs, oppure il guru di Facebook Mark Zuckerberg di quanto sia conveniente aprire filiali e spostare rami d'azienda nel Belpaese. Oppure mentre spiega lo stato della trattativa sullo scudo anti spread al magnate Warren Buffet, l'Oracolo di Omaha che proprio ieri ha dato all'euro pochi anni di vita.
Eppure la missione della tre giorni americana del premier è proprio questa. Non è una vacanza, è stato invitato (sottolinea da un paio di giorni Palazzo Chigi), alla «Allen & Company Sun Valley Conference» prestigioso appuntamento con i big della tecnologia e dei media mondiali che si tiene sulle Montagne rocciose. Un'occasione più unica che rara - spiegavano ieri le agenzie di stampa - «un appuntamento in linea con quanto il premier ha fatto fin dal primo giorno del suo insediamento», convincere «ad investire in un Paese che, nonostante le difficoltà, sta tornando ad essere affidabile».
Bisogna immaginarlo, appunto, mentre illustra i vantaggi di investire in un Paese che sarà anche più affidabile, ma era e resta il meno competitivo del Vecchio continente. Clima e cibo fantastici (segretarie carine, come disse anni fa Silvio Berlusconi premier in un'occasione simile) a compensare una tassazione sulle imprese che è altissima, quella reale al 68,5% secondo Confindustria, e resterà lì dove è perché bisogna rispettare gli impegni europei e non ci sono soldi. Oppure mentre caldeggia assunzioni anche se il costo del lavoro resta alto per il peso di fisco e previdenza. Forse, adesso che l'Italia è affidabile qualcosa cambierà, si potrebbe chiedere il Ceo di una web company in cerca di un approdo europeo. Si, in peggio, i contributi di autonomi e collaboratori aumenteranno ulteriormente. Vai poi a spiegare, ai guru hi tech, che quei soldi servono ad alleggerire la riforma previdenziale.
Il rischio, insomma, è che i vertici dell'industria più dinamica del mondo non si filino proprio l'Italia. Forse è un vantaggio perché potrebbero convincersi che è meglio starne alla larga ancora per un po', visto che la missione di questo governo non sembra quella di farne un sistema più competitivo. Ad esempio, sempre per restare sulle misure prese da questo esecutivo, se allo Zuckerberg di turno venisse in mente di comprare un immobile, si ritroverebbe a pagare l'Imu che in media costa 1.500 euro alle nostre Pmi. Figuriamoci ad un colosso al quale servono mille metri quadri di server.
C'è poi da sperare che i guru della tecnologia non abbiano scambiato quattro chiacchiere con Sergio Marchionne, che potrebbe informarli sul rischio che si corre in Italia, cioè quello che tribunali si sostituiscano a uffici del personale e impongano una quota di assunzioni tra gli iscritti alla Fiom, nel caso in cui la sigla risulti statisticamente svantaggiata rispetto alle altre. Senza parlare delle tonnellate di scartoffie e adempimenti, industria italiana che non conosce crisi. A sentire gli imprenditori italiani, abituati a sopportare di tutto, proprio la riforma del lavoro del governo Monti aggiunge altra di burocrazia a quella storica, insieme a nuovi vincoli sui contratti in entrata. Forse Monti giocherà la carta Bosone. Ci sono tanti italiani tra gli scienziati che lo hanno scovato, la qualità dei nostri cervelloni è fuori discussione. Ma a un imprenditore hi tech che dovesse obiettare che a lui servo eccellenti lavoratori specializzati, laureati e diplomati, Monti - che non è un bugiardo - dovrebbe spiegare che in Italia la formazione tecnica non è tenuta in grande considerazione, preferiamo greco e latino. Mission impossibile, quindi. Più facile, viene da pensare, convincere Olanda e Finlandia a pagarci tutto il debito.