Monti s’aggrappa ai partiti per l’esame Bruxelles

RomaMonti s’aggrappa ai partiti perché la battaglia di Bruxelles non si trasformi in una Waterloo: «Adesso dovete proprio aiutarmi», sembra voler dire il Professore alla vigilia del consiglio europeo di Bruxelles, tappa fondamentale per il futuro dell’euro. Consapevole che la partita sarà durissima, il premier ha voluto riferire nei dettagli a Napolitano la trattativa in corso con i partner europei. Ragguagli offerti anche al presidente Obama che ieri ha telefonato al premier per informarsi sulle prospettive dell’Eurozona. «Obama segue con attenzione l’impegno del governo italiano per facilitare il consenso in Europa sulle politiche per la crescita e la stabilizzazione del mercato dei titoli di debito pubblico», recita una nota di Palazzo Chigi.
Ma il Professore si sente solo. Percepisce che i partiti che lo sostengono lo fanno con sempre maggiori mal di pancia e a questo proposito farà un giro di consultazioni con i segretari della sua «strana» maggioranza. Non insieme ma da soli. Oggi sarà la volta del Pdl. A colazione Monti incontrerà il segretario del Pdl Angelino Alfano, accompagnato dall’ex premier Silvio Berlusconi e dall’ex sottosegretario, Gianni Letta. Un faccia a faccia determinante, posto che Monti non ha per nulla apprezzato le recenti posizioni antieuropeiste del Cavaliere. Dal canto suo, Berlusconi non ha condiviso l’atteggiamento un po’ troppo supino nei confronti di Berlino e chiederà al Professore di mettere al bando ogni tipo di timidezza. Il problema resta la rigidità della Cancelliera di ferro, ostile a dotare l’Europa di quel famoso bazooka per respingere le speculazioni che giocano contro l’euro. Dopo l’incontro con i pidiellini, sarà la volta di Bersani (Pd) che dovrebbe vedere il premier domani, proprio alla vigilia della partenza per la capitale belga. Non ci sarà, invece, un faccia a faccia con il leader dell’Udc Casini, con il quale Monti s’è sentito ieri in una lunga telefonata.
Monti vorrebbe un appoggio pieno e incondizionato alla sua strategia e portare in Europa un solo testo condiviso dalla stragrande maggioranza del Parlamento. Cosa che, fino ad oggi, non c’è. Questo pomeriggio, infatti, alla Camera si discuteranno le mozioni sulla nostra politica europea ma la «strana» maggioranza si presenta frastagliata con ben cinque mozioni da discutere, sebbene in gran parte sovrapponibili. Per Monti sarebbe un’arma in più quella di andare a sventolare a Bruxelles un solo documento, larghissimamente condiviso. Ma se si registrano aperture da parte del Pd e dell’Udc, dal fronte pidiellino arriva il «picche». A spiegarne il motivo, il capogruppo pidiellino Cicchitto: «Ognuno vota reciprocamente, ma mantenendo la propria identità». Di questo si discuterà oggi a pranzo, dove presumibilmente Monti dipingerà una situazione critica. Così come ha fatto ieri al Quirinale, del resto. Sì perché se dal punto di vista della crescita Monti può registrare che «la Merkel sta iniziando a parlare la nostra lingua», su quello del debito e sulle misure anti spread «ancora non ci siamo». Giusto ieri la cancelliera ha ribadito tutti i suoi «nein» che pesano come un macigno sull’esito del vertice di Bruxelles. Il Professore sa bene che, se è vero che non esistono vertici risolutivi, da Bruxelles occorre dare un segnale forte sull’euro. Ma le premesse non sono buone. Troppe le divergenze, troppo lunghi i tempi della diplomazia, troppi i rischi che il risultato sarà un «faremo». Che rischia di non bastare.
Per Monti, quindi, si preannuncia una partita durissima perché scalfire il rigorismo tedesco sarà un’impresa titanica. E questo nonostante il Professore abbia già incassato un’ottima carta da giocare sul tavolo europeo: il sì alla sua riforma del lavoro. Un via libera che arriverà domani sera, dopo il voto di fiducia sui quattro articoli annunciato ieri, proprio per permettergli di dire a Berlino che «stiamo facendo i compiti a casa» e quindi «si deve avere un occhio di riguardo in più nei confronti di chi sta facendo sforzi immani». Un via libera ai compiti nonostante per la quasi totalità della strana maggioranza gli stessi siano sbagliati. Il sì arriverà ma sarà condizionato alla rassicurazione che poi il premier ne modificherà alcuni tratti attraverso degli emendamenti al decreto sviluppo.