Da Moro a Ustica, quei misteri dietro i tentati golpe l'analisi »

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Con oltre mezzo secolo di giornalismo sulle spalle e dopo aver seguito almeno una dozzina di grandi presunti complotti, personalmente mi sono reso conto che il fattore umano, la natura umana, il caso e la sciatteria sono i colpevoli più frequenti. Specialmente in Italia. Non che le grandi bugie di Stato non esistano: basta pensare alle perentorie frottole su Ustica, alle sentenze sulla strage di Bologna, e anche sul caso Moro, sul tentato omicidio del papa polacco nel maggio del 1981, per essere convinti che, quando occorre, è sempre pronta una coltre di con cui i cittadini si vedono impacchettare coscienza e conoscenza, sicché la loro capacità di appropriarsi della verità è azzerata. Se i feudatari tedeschi assegnavano le mogli ai servi della gleba avendo cura che fossero già incinte perché non avessero ad affaticarsi, le case di produzione dei doppi fondi consegnano scenari prefabbricati affinché i cittadini possano giocarci dentro illusi di trovare la verità.
E ieri abbiamo visto Alfano. E la storia della donna kazaka catturata durante un blitz di agenti che secondo le cronache non esitavano ad indossare catene d'oro e creste di capelli. Abbiamo ascoltato il ministro dell'Interno leggere la relazione preparata dal capo della Polizia, ma essendo il prefetto Pansa un galantuomo di grande professionalità, io personalmente non ho dubbi che le cose siano andate come descritto: burocrazia senza protocolli ferrei, iniziative personali all'italiana e valutazioni sbagliate, con la totale mancanza di percezione che il ricercato criminale fosse in realtà un dissidente fuggiasco. Basta rileggersi il Discorso sul carattere degli italiani di Leopardi e dentro ci sta tutto
Così come tipicamente italiano è stato l'immediato tentativo di metterci di mezzo Berlusconi sostenendo che fosse decollato col suo elicottero da Villa Certosa per atterrare in un'altra villa in cui il presidente kazako prendeva il sole. Un siparietto ridicolo, visto che - manuale del piccolo giornalista alla mano - non ci vuole nulla a controllare i piani di volo degli aeromobili. Una balla, ma una balla rilanciata e fatta rimbalzare senza alcun rispetto per le prove.
E si arriva inevitabilmente al ruolo e al linguaggio di Repubblica, un giornale con direttori, quello passato e quello presente, che fanno parte anche della mia vita professionale. Sia Eugenio Scalfari che Ezio Mauro hanno raffinato questa forma perentoria dell'urlo «Dimissioni!». Se non sapeva, si dimetta perché non sapeva. Se sapeva, si dimetta perché sapeva. Geniale.
E il guaio è che spesso funziona. Io ero là quando fu orchestrata la più fantastica e fragorosa campagna di stampa per far dimettere il presidente della Repubblica Giovanni Leone. La fine, ignobile, è nota. Le accuse, salvo gli scenari letterari, erano tutte false, le querele furono poi inutilmente vinte dalla vittima che poi ebbi la ventura di conoscere e intervistare, ormai vecchio e stanco, ma ancora indignato per la violenza di quell'urlo: «Dimissioni!».
Lo stesso teatrino è stato messo in piedi per far fuori Alfano e quindi far fuori il governo, essendo chiaro che se Alfano dovesse dimettersi, ti saluto governo Letta e addio precaria stabilità politica. Ma che importa. Che importa se la navigazione della zattera italiana è difficilissima e il pinto è gremito di cittadini che sperano di salvarsi. Eccolo lì il periscopio dello scintillante sommergibile con i siluri in camera di lancio: dimissioni!, fuori uno. Quel che importa è accecare l'opinione pubblica con gli effetti speciali delle parole apparentemente etiche, e genialmente intimidatorie. Così si può procedere all'esecuzione del piano che dovrebbe far saltare Letta per imbarcare Renzi spaccando il Pd, umiliando il Pdl e silurando il Paese. Stavolta gli è andata buca. Ma il sottomarino corsaro resta in posizione di combattimento sotto il pelo dell'acqua, pronto ad usare qualsiasi occasione per lanciare come capita e quando capita, il siluro della richiesta di dimissioni.