La morsa di Monti può vanificare gli sforzi di Draghi

«Il governo ha contribuito ad aggravare la congiuntura economica con i suoi provvedimenti»: parola di Monti (11 settembre). E se lo dice lui c'è da credergli. Ma non è accettabile, né dal punto di vista politico né da quello dell'analisi economica, il corollario che il presidente Monti ha proposto: «Serviranno a un risanamento e a una crescita duratura». Perché i provvedimenti sbagliati che ha introdotto il suo esecutivo, quali l'aumento della pressione fiscale di quasi 3 punti, in gran parte rappresentati (...)

(...) dall'Imu e gravanti sul settore immobiliare, e l'overshooting, nel senso di eccesso di rigore nella riforma Fornero delle pensioni e del mercato del lavoro, rappresentano misure depressive, capaci di influire negativamente tanto sul ciclo congiunturale quanto sugli assetti strutturali della nostra crescita economica: welfare, mercato del lavoro, mercato immobiliare. La tassazione fuori misura sulla casa sta portando con sé effetti disastrosi, se consideriamo che il settore dell'edilizia è quello con il più alto coefficiente di attivazione sull'economia. Insomma, fanno male alla nostra economia adesso, e faranno male in futuro.
Né appare chiaro dove Monti veda la «luce della ripresa», se i dati che continuano ad arrivare relativamente all'economia reale mostrano segni sempre più negativi. Solo nell'ultima settimana Istat e Banca d'Italia ci hanno ricordato che tra luglio 2011 e luglio 2012 settore delle costruzioni, fatturato e ordinativi dell'industria hanno subìto un calo rispettivamente del 14,2%; del 5,3% e del 4,9%. Non solo: la fiducia dei consumatori è crollata del 15% e il Paese è in stallo dal punto di vista della produzione: nelle imprese con almeno 10 dipendenti le ore lavorate sono diminuite del 10% ed è aumentato il ricorso alla cassa integrazione guadagni.
Fu il governo stesso a scrivere che il Decreto «Salva-Italia» avrebbe comportato, nel triennio 2012-2014, riduzione del Pil, calo dei consumi privati, caduta dell'occupazione e aumento dell'inflazione. Bel colpo. Ben detto. La Corte dei conti commentò che l'effetto recessivo sarebbe stato, solo nell'anno 2013, di 37,5 miliardi e che la manovra avrebbe causato un aumento della pressione fiscale fino a oltre il 45%. La Nota di aggiornamento del Def presentato giovedì scorso non poteva far altro che confermare e aggravare le tinte fosche rappresentate ad aprile.
Il tasso di crescita del Pil sarà negativo (-2,4% e -0,2% rispettivamente nel 2012 e nel 2013) e l'indebitamento netto, vale a dire la differenza tra le entrate finali e le spese finali dello Stato, al netto delle operazioni finanziarie attive, sarà pari a -2,6% nel 2012 e -1,6% nel 2013. A causa della contrazione della crescita, aumenterà inoltre il rapporto debito/Pil. E qui veniamo al cuore della questione. L'argomentazione di Monti che le misure varate porteranno a una crescita duratura, è senza fondamento scientifico. Gli effetti di una caduta degli investimenti, sia pubblici sia privati, e la chiusura di imprese e il licenziamento dei lavoratori per difetto di domanda interna, distruggono la capacità produttiva e competitiva del Paese. Il che finisce inevitabilmente per riflettersi sulla crescita di lungo termine.
Questo significa anche che con un periodo prolungato di recessione e stagnazione, la congiuntura negativa diventa strutturale e peggiora il deficit. La politica economica portata avanti dal governo, oltre a influire negativamente sia sul ciclo congiunturale sia sulla crescita potenziale, ha finito per ridurre drasticamente l'efficacia della politica monetaria che Draghi ha cercato di far convergere progressivamente verso l'impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali.
Come ci spiegano i più grandi banchieri centrali, Ben Bernanke e Mario Draghi in primis, se la crisi economica e finanziaria non è ancora stata risolta, ciò è dovuto proprio alla difficile trasmissione della politica monetaria. Una politica di bilancio eccessivamente restrittiva non solo depotenzia l'effetto espansivo di un aumento della liquidità ma, determinando aspettative negative, impedisce alla liquidità di trasmettersi all'economia reale. La liquidità non si trasforma, dunque, né in credito a imprese e famiglie da parte del sistema bancario, che utilizza la maggiore quantità di moneta disponibile per rafforzare i propri standard, né in investimenti (e conseguenti assunzioni) da parte delle imprese, né, infine, in consumi da parte delle famiglie, che nell'incertezza propendono più per il risparmio.
La politica monetaria espansiva, coordinata tra banche centrali e finalizzata a reflazionare l'economia mondiale, si scontra, pertanto, con le politiche recessive che i singoli Stati in Europa sono stati costretti ad adottare sotto la pistola puntata alla tempia degli spread. Applicando questo ragionamento al nostro Paese, la politica economica del governo Monti si sta rivelando, al di là delle intenzioni, il maggior ostacolo alla politica monetaria della Bce di Mario Draghi.
Non sfugge a nessuno, naturalmente, che la politica dell'esecutivo sia stata fortemente condizionata da ciò che accadeva a livello europeo sotto la regia deflazionista della Germania, ancora non messa in discussione. E non neghiamo che questa ottemperanza a una politica evidentemente errata, a giudizio della maggioranza degli economisti del mondo, abbia permesso allo stesso Draghi di ridurre l'opposizione tedesca a una svolta espansiva alla politica monetaria. Ma la necessità «politica» non cambia il fatto che questa politica economica fosse sbagliata.
Ora è necessario applicarsi per porvi rimedio. Il momento, neanche a dirlo, è quello giusto: le scadenze del semestre europeo, avviato nel 2011 al fine di assicurare coerenza finanziaria tra le politiche strutturali e gli obiettivi di finanza pubblica dei Paesi dell'Eurozona, prevedono che entro il 15 ottobre il governo presenti in Parlamento la Legge di Stabilità per il 2013. È l'ultima occasione che l'esecutivo ha per rivedere la sua politica economica.
Fermi restando, sia chiaro, rigore nei conti e pareggio di bilancio, è l'occasione giusta per: 1) rivedere profondamente la tassazione sugli immobili, in particolare l'Imu sulla prima casa; 2) rilanciare il federalismo fiscale e municipale, attuando i relativi decreti; 3) introdurre obiettivi di riduzione della pressione fiscale (per esempio, 5 punti percentuali in 5 anni) e un progressivo spostamento del carico fiscale dalle persone alle cose, realizzando la delega fiscale del governo Berlusconi; 3) avviare la riforma delle riforme: un piano credibile di riduzione del debito pubblico per riportare in 5 anni il rapporto rispetto al Pil sotto il 100%, con conseguente drastica riduzione del servizio del debito, che libera risorse utili per il rilancio dell'economia; 4) correggere gli errori tecnici della riforma delle pensioni, per porre fine al problema dei cosiddetti «esodati»; 5) rivedere la riforma del mercato del lavoro, per intervenire sul sistema di contrattazione salariale collettiva, ampliando il ruolo degli accordi a livello di impresa, in modo da adeguare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende, come già iniziava a fare l'accordo del 28 giugno 2011 tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali e il ministro Sacconi e come ci chiedeva la Bce nella celebre lettera del 5 agosto 2011, e per ripristinare la flessibilità in entrata prevista dalla legge Biagi.
Sono interventi decisivi, per una nuova politica economica. Per far tornare il nostro Paese a crescere assieme all'Europa. Basta, dunque, con i ricatti della Germania, che ha portato governi e parlamenti ad approvare riforme sbagliate, basate su analisi parziali e distorte della crisi, che tendevano alla colpevolizzazione degli Stati piuttosto che alla soluzione strutturale in sede comunitaria degli squilibri macroeconomici nella costruzione dell'euro.
È questa l'ultima sfida cui è chiamato il governo. Sarà questo l'inizio di una nuova fase in Italia e in Europa. È questo lo stretto sentiero che Monti e le forze politiche che si confronteranno nella prossima campagna elettorale hanno davanti. Altro che continuità con il maledetto imbroglio dello spread.

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di Renato Brunetta