LE MOSSE DEL CAVALIERE

RomaTre giorni all’insegna del bon ton e delle regole del buon galateo istituzionale possono bastare. Soprattutto se dall’altra parte c’è chi continua a mangiare con i gomiti sul tavolo. Così, incassato con un certo fastidio il pareggio in bicamerale sul federalismo municipale, Berlusconi rompe gli indugi e tira dritto. D’altra parte, è il ragionamento del premier, se siamo costretti a giocare contro un presidente della Camera che ha ormai perso qualunque inibizione non è colpa nostra. Già, perché a Palazzo Chigi non ce n’è uno che non punti il dito contro il Fli, visto che dopo due anni di governo e di dibatto sull’opportunità di approvare i provvedimenti cari alla Lega solo oggi hanno scoperto che proprio non gli piacciono. Con il decisivo voto contrario del finano Baldassarri nonostante nel gruppo Fli al Senato pare che più d’uno consigliasse una più prudente astensione. Ormai - è la convinzione del premier - sono tutti in balia della furia di Fini e Bocchino che pur di arrivare alla resa dei conti «sono disposti a tutto».
Impossibile, insomma, non reagire. Perché, è il senso dei ragionamenti durante il consiglio di guerra a Palazzo Grazioli, se Fini arriva a dire che il no della bicamerale è «sul merito» significa che ha perso ogni freno. Senza entrare nel dettaglio, infatti, la materia è piuttosto delicata e le interpretazioni molteciplici. Compresa quella - la espone alla perfezione il Pdl Napoli - per cui esistono «centinaia di casi di non pareri delle commissioni sui decreti governativi». Traduzione: «Ma visto un presidente della Camera così fazioso». Concetto che in privato il Cavaliere derubrica con un sorriso: «Sta diventando una macchietta...». E il fatto che nella battuta del premier non ci sia risentimento è il segno che lo scontro è ormai all’ultimo stadio.
Così, a via del Plebiscito si studia il timing della controffensiva. Prima il voto della Camera sul caso Ruby e poi Consiglio dei ministri straordinario per approvare un decreto legislativo sul federalismo comunale che accolga la versione su cui la commissione Bilancio del Senato ha espresso parere favorevole (cioè con le modifiche dell’Anci). A quel punto, infatti, il governo - ripete Berlusconi ai suoi - sarà forte della prima maggioranza assoluta da quando il Fli è passato formalmente all’opposizione. E così è. Perché sull’autorizzazione alle perquisizioni chiesta dalla procura di Milano il centrodestra incassa 315 voti con Berlusconi che però non vota (con lui si sarebbe arrivati alla fatidica soglia di 316). Numeri che crescono rispetto alla fiducia del 14 dicembre e alla mozione di sfiducia a Bondi. E che secondo il sottosegretario Santanchè nelle prossime settimane potrebbero «arrivare anche a quota 320». Avanti, dunque.
Con Berlusconi che decide di mettere da parte le due cartelle che gli aveva buttato giù Ferrara per un eventuale intervento alla Camera prima del voto. Un testo misurato e di confronto con anche un passaggio nel quale il Cavaliere avrebbe potuto accennare a un minimo «mea culpa». Niente, il premier tira dritto. Nonostante Letta si dica «inorridito» e inviti a un maggiore raccordo col Quirinale. Un decreto a poche ore dallo stallo in bicamerale, è il pensiero del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può essere interpretato come un affronto. Ma il punto secondo Berlusconi è «politico». E quindi non si può aspettare la prossima settimana solo per cortesia istituzionale ma bisogna tirare dritto. Non solo perché lo chiede Bossi ma anche per dare un segnale. Sul quale, una volta tanto, il premier e Tremonti si trovano d’accordo. «Fare questo decreto - dice il titolare dell’Economia a margine del Cdm - era davvero importante».
Berlusconi, dunque, torna a premere sull’acceleratore. Con le ombre dell’inchiesta Ruby che restano sullo sfondo. La richiesta di giudizio immediato arriverà la prossima settimana, ma in sottotraccia c’è il bailamme sulla possibile pubblicazione di foto che il tam tam di Montecitorio definisce «compromettenti». Il Cavaliere se ne cura fino a un certo punto e la battuta sibillina che fa a sera durante il Consiglio dei ministri è il segno che non ha alcuna intenzione di alzare bandiera bianca. «È normale che dopo una settima di lavoro si possa fare una festa per divertirsi. Cambiare le mie abitudini? Non ci penso proprio».