Nel Pd parte l'attacco per azzoppare Renzi: «Minaccia il governo»

RomaIl fenomeno più concreto che emerge dalla fucina del Pd è una grottesca sarabanda di nomi. «Più candidature che opzioni politiche» constata il ministro Andrea Orlando (buona notizia: lui non si candiderà). Ma che si sia raggiunto il limite è apparso chiaro persino all'ultima della giostra, Debora Serracchiani, che invoca di «provare a fermare le girandole dei nomi, che non servono alla serenità del percorso congressuale e tantomento aiutano il lavoro del governo». Peccato che la Serracchiani, tanto per smentire di essere interessata alla pugna, è riuscita a fare un paio di interviste scaltre comunicando urbi et orbi che «se serve, io ci sono». Naturalmente, «facendo squadra» e solo per «aiutare Renzi, la persona giusta».
Ma il gioco di squadra che si vede nel Pd di questi tempi assomiglia però sempre più a quello che si percepiva, più che essere visibile, nelle vigilie dei congressi dc, nei quali non di rado chi entrava papa usciva cardinale. Sgambetti da oratorio e scherzi da prete, dunque, dai quali il sindaco di Firenze farà bene a guardarsi (essendo cresciuto in parrocchia non gli sarà difficile). In questa scherma che si alimenta e rincorre sui quotidiani senza trovare veri punti fermi l'unica cosa certa è che si parla di congresso del Pd, ma in realtà a essere in ballo sono le sorti del governo Letta. Molte delle strategie passano per Palazzo Chigi, che si fa scudo dalle turbative che arrivano dal Pd sia con minacce interne (Franceschini a Renzi: «Chi ferma il governo sarà punito dal voto»), sia utilizzando pezzi delle istituzioni (altrimenti non si vede perché il presidente del Senato, Pietro Grasso, abbia alzato i toni contro le «turbative» di marca Pdl).
Le truppe si posizionano, e i grandi gruppi d'interessi - affatto estranei alla lotta, basti notare l'attivismo di Corsera e Repubblica - non vedrebbero male un ticket Renzi-Chiamparino (al partito). L'apparato cerca ancora un modo per bloccare l'avanzata renziana, che si fa forte delle regole esistenti. Contro le condizioni poste dal sindaco (condivise, incredibile a dirsi, solo da Rosy Bindi), sono scesi in campo tutti. L'arcinemico toscano Rossi per tuonare che «il Pd non è un taxi per Palazzo Chigi». S'è così rianimato persino Fabrizio Barca. «Renzi riflette un errore compiuto da chi ha costruito il Pd. Anche negli Usa il coordinatore del partito è una persona che non ha niente a che fare con il candidato alla presidenza, deve avere altre doti. Sono due mestieri diversi, però cambiare le regole in corsa non è facile», ha dichiarato l'ex ministro in un'intervista. Barca sta completando il suo giro da neo-iscritto di lusso per (si spera) farsi un'idea precisa sullo stato della malattia pidina. Chiara, e attuale, la sua spiegazione del perché sia indispensabile uno sdoppiamento dei ruoli: «L'ultima cosa che deve fare il segretario del Pd è dare fastidio al presidente del Consiglio, semmai lo deve incalzare, ma non deve ambire a quella posizione». Idea caldeggiata da Franceschini, che vede «non automatica» l'investitura a premier in un sistema tripolare per una forza che conta circa il 30 per cento dei voti. Ineccepibile. Se non fosse che per i renziani ogni cambio di statuto è visto come un «trucco» alla gara che sarà. Chiedono di piantarla, non si può dare loro torto.