Il nemico in casa per riscrivere la storia d'Italia

A 171 giorni dalla sentenza di condanna che avrebbe dovuto liquidarlo dalla politica, Berlusconi è tornato ad essere il protagonista assoluto

A centosettantuno giorni dalla sentenza di condanna che avrebbe dovuto liquidarlo dalla politica, il Cavaliere è tornato ad essere il protagonista assoluto mettendo piede nella sede del Partito democratico, su invito del suo segretario Matteo Renzi. Un invito che la minoranza del partito ha vissuto come una profanazione, una sfida e una provocazione. Renzi era arrivato alla sede del partito con quasi due ore d'anticipo, chiuso nel suo cappotto blu e a passo di carica, senza concedere uno sguardo o una sillaba alla folla mediatica che lo assediava. Berlusconi è invece arrivato dall'ingresso posteriore, da cui poi è uscito verso le 18,30. Il risultato dell'incontro sembra sia stato pienamente raggiunto, sia per una legge elettorale che per la fine del bicameralismo e la modifica del titolo quinto. I due leader - Berlusconi era accompagnato da Gianni Letta mentre restava a Palazzo Grazioli il tessitore Denis Verdini che aveva lavorato per giorni con lo staff di Renzi - hanno rilasciato dichiarazioni separate e in perfetta sintonia. Berlusconi ha garantito l'appoggio alle riforme proposte dal Pd e ha voluto sottolineare che nel 2006 una riforma costituzionale era già stata approvata dal Parlamento con maggioranza di centrodestra, poi vanificata da un referendum abrogativo promosso dalla sinistra. Insomma, detta in due parole, ieri è nato uno strano ma logico e persino umano asse fra i due leader che si riconoscono a vicenda come interlocutori privilegiati, sia per la forza dei numeri che per la condivisione politica. E ovviamente tutto ciò non è piaciuto al Nuovo centrodestra che ha emesso un nervoso comunicato in cui assicura che «non tornerà all'ovile in forza di una legge elettorale», e meno che mai è piaciuto alla sinistra bersaniana del Pd che ha masticato e mastica amaro.

Ma il fatto strabiliante e persino rivoluzionario della giornata è stato il rientro in scena di Berlusconi come protagonista, riconosciuto come tale dal segretario del partito di maggioranza relativa. Persino la coreografia del centro di Roma blindato per garantire il buon esito del vertice (ma un paio d'uova si sono sfrante sul lunotto posteriore dell'auto blindata del Cavaliere) testimoniava l'eccezionalità dell'evento che in maniera visibile cancellava gli effetti politici della condanna penale inflitta dalla Cassazione il primo agosto dello scorso anno. Tutti coloro che avevano sperato nell'uscita dalla scena politica di Silvio Berlusconi per via giudiziaria, ieri hanno dovuto fare i conti con la forza delle immagini: il capo del primo partito italiano lo riconosceva come primo interlocutore politicamente rispettato e dunque rispettabile. Tutta la giornata di ieri, quelle tre ore sul selciato romano fra Nazareno e Santa Maria delle Fratte, si è svolta tutta all'insegna del rientro del Cavaliere sulla scena politica come protagonista, prima ancora che del risultato finale sull'intesa elettorale, scontata dopo giorni di fitta trattativa fra Berlusconi e Verdini da una parte e Renzi con i suoi collaboratori dall'altra. Ed è sicuro che Renzi fosse perfettamente consapevole del suo gesto di rottura e di sfida nei confronti della sinistra del suo partito, invitando al secondo piano l'uomo che gli antiberlusconiani religiosi si affannano a definire «un pregiudicato». Il che vuol dire che lo stesso Renzi non deve considerare la sentenza della Cassazione un ostacolo etico per trattare con il condannato e riconoscergli quel che gli spetta, vale a dire il suo ruolo di rappresentante di una quota importante dell'elettorato italiano. A sua volta Berlusconi ha concesso un aperto riconoscimento di novità democratica al segretario del Partito democratico che ha da poco messo fuori gioco i residui «comunisti» dopo averne rottamato gli esponenti storici.

Viene anche da considerare che Renzi abbia messo in conto i ricorrenti rischi e voci di una possibile scissione a sinistra e di sicuro ieri non ha fatto nulla per calmare le tensioni da quella parte, ma anzi ha agito come un provocatore. Inoltre il segretario del Pd ha sfruttato come elemento di connessione con Berlusconi la messa nell'angolo del partito di Alfano, che è invece sostenuto caldamente da Enrico Letta. Il segretario fiorentino - come si definiva Machiavelli - non sa che farsene del Ncd che considera un elemento di fastidio da contenere e possibilmente da eliminare. La sua idea è che se deve trattare con il centrodestra preferisce avere a che fare con l'originale anziché con le imitazioni. E in questo senso va interpretato anche il grido di dolore degli scissionisti quando avvertono che non torneranno all'ovile in forza di una legge e che non riconosceranno una legge che li possa mettere fuori gioco. Il fatto è che la nuova legge elettorale - come ha ripetuto con calma e scandendo le parole lo stesso Berlusconi in un video - è concepita anche come antidoto contro i piccoli partiti e le loro interferenze. La giornata di ieri è stata plumbea e misteriosa, fra l'accidia dei cronisti condannati ad attese infinite e le dirette televisive costrette a macinare lodevolmente fiumi di parole prive di senso reale, ma che dovevano dare comunque al Paese l'immagine di un evento unico nella storia, fortemente divisivo, voluto anche per sfidare nello stesso tempo due ali di mugugno: quella di Alfano e quella degli uomini di Bersani. Ieri è nato un asse fra i due. Non un asse politico, ma di metodo sulle riforme e c'è da credere che sia Berlusconi che Renzi, al di là delle ragionevoli distanze politiche, perseguano lo stesso disegno: passare alla storia come gli attori di una prima riforma costituzionale che costringa la politica ad adeguarsi alle forme che sono in uso in tutte le democrazie liberali. Berlusconi lo fa nella parte finale della sua carriera politica, vanificando l'intenzione di chi pensava di metterlo fuori gioco con una sentenza discutibile e discussa; e Renzi lo fa all'inizio della sua carriera, che intende affrontare dopo aver fatto muovere il rompighiaccio che dovrebbe aprirgli la strada per una nuova stagione repubblicana. E sembra evidente che i due abbiano messo l'uno al servizio dell'altro le stesse convinzioni e priorità.

segue a pagina 5

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Commenti

valentina46

Dom, 19/01/2014 - 11:04

Certo che stiamo vivendo un momento storico eccezionale. I tre leader riconosciuti (Berlusconi-Renzi-Grillo) non sono in Parlamento ma tracciano la strada da seguire. Forse proprio il loro esser fuori li rende più agili, meno ingabbiati nei rituali del Palazzo e quindi più liberi di dire che cosa intendono fare. E magari lo facessero! I vecchi non sono tali per la loro età anagrafica, bensì per la maniera antica di concepire la politica.

cgf

Dom, 19/01/2014 - 13:54

se la matematica non è un'opinione, Denis Verdini avrà presto un avviso di garanzia. Per quale reato? Lo stanno ancora decidendo e poi non importa che sia vero o no, non c'è fretta, anzi, i tempi della giustizia italiana vanno benissimo... così impara!! Augurio? CERTO CHE NO!! è solo che in Italia le cose.....

Ritratto di ASPIDE 007

ASPIDE 007

Dom, 19/01/2014 - 16:38

...Stimt.mo Paolo! La "terapia" per "guarire" Silvio, da quel male oscuro e contagioso che altri ritenevano fosse affetto e quindi pericoloso per "contagio", al punto di dover essere estromesso con la "forza" dalla politica, si è rivelata inadeguata. La "ricaduta", si è manifestata con l'incontro storico di ieri, ancor più "virulenta e pericolosa". Il timore per i suoi seguaci, oggi, è che gli possano essere "propinati" i "super antibiotici" che lo costringano magari a rimanere chiuso in casa o ad uscire "protetto"; Purché, in entrambi i casi, mantenga la bocca chiusa per non "infettare". In conclusione, Silvio rimane "l'Arsenio Lupin" della politica, alla cui caccia, da tempo, si sono posti, "cacciatori", non legittimi, con "armi" non consentite...in democrazia.