IL NOSTRO PAESE NEL MIRINO

Giano bifronte con le sue facce, appena due, è un dilettante rispetto al poliedrico volto di Pier Ferdinando Casini, il più abile equilibrista della scena politica, capace di dire tutto e il suo contrario secondo le convenienze. Le valutazioni su Moody's, Standard & Poor's e agenzie varie sono un fedele specchio delle sue brame antiberlusconiane. Quando a Palazzo Chigi c'era il Cavaliere, i declassamenti erano colpa sua, mentre con Mario Monti «Moody's ha screditato se stessa, sta azzerando la credibilità delle agenzie».
Potenza del doppiopesismo, dello strabismo, della partigianeria che nemmeno questa drammatica crisi depressiva riesce a cancellare. Le stangate di Monti hanno tolto agli italiani soldi, speranze, energie, ma non l'inveterata abitudine a cambiare le carte in tavola. Casini non è l'unico, beninteso. Lo scorso settembre, quando S&P declassò il debito italiano in misura meno drastica di ieri (da A+ ad A), Enrico Letta, allora come ora numero 2 del Partito democratico, sentenziò: «L'Italia è stata retrocessa, e quando questo accade in una squadra di calcio l'allenatore viene cacciato». Ma oggi il trainer Monti non si tocca. Anche Emma Marcegaglia, al tempo presidente di Confindustria, diede il benservito a Berlusconi: «O questo governo è in grado di varare riforme serie, forti e impopolari che creino una discontinuità chiara sui mercati, oppure deve andare a casa». Non parliamo di Gianfranco Fini, per il quale «la nostra situazione economica è da allarme rosso». Paradossalmente il più prudente fu il presidente Napolitano: «I dati non rimpiccioliscono il Paese - disse l'uomo del Colle -. Siamo una grande economia, una società vitale, ma tutto ciò va messo a frutto con scelte politiche appropriate». Per Pier Luigi Bersani, viceversa, «le favole non bastano più. Siamo davanti a rischi di scivolamento ulteriore se non introduciamo un elemento di novità». Cioè, se non si sfratta Berlusconi. Ora è cambiato tutto. Quelle che nove mesi fa erano sacre parole di infallibili oracoli americani, sono diventate fango sparato su tecnoministri immacolati. «L'arbitro non è imparziale - dice l'udc Gian Luca Galletti -, le agenzie di rating hanno un padrone». Pier Paolo Baretta, Pd: «Il declassamento, inatteso e sbagliato, conferma la necessità di agenzie realmente indipendenti». Enzo Raisi, Fli: «Esse non si attengono più alle analisi economiche finanziarie ma si espandono verso la politologia».
A ciò si accompagnano i retroscena velenosi e le insinuazioni sul tempismo di Moody's, il cui vero ma recondito scopo sarebbe mettere in guardia gli elettori italiani proprio sulla nuova discesa in campo di Berlusconi. L'inversione a «U» della grande stampa è sotto gli occhi di tutti. Il 10 novembre, vigilia delle dimissioni di Berlusconi, il Sole 24 Ore se ne uscì con un «Fate presto» a caratteri cubitali che poi avrebbe vinto il premio Ferrari di «titolo dell'anno». Oggi invece esce con un numero speciale di 20 pagine e 50 firme che spiegano «perché l'Italia è un Paese migliore di quanto sostenuto dalle agenzie di rating».
Il campione dei voltagabbana resta comunque Casini. Diceva il presidente dell'Udc il 20 settembre dell'anno scorso: «In questa caccia disperata al colpevole speriamo non siano incolpate le agenzie di rating. Il problema non sono loro, ma noi che non abbiamo saputo fare una manovra strutturale per la crescita. Il problema è la credibilità internazionale del governo. Per questo rivolgo un appello alle donne e agli uomini di buona volontà della maggioranza, perché evitino di aprire una pagina nera per l'Italia. Non difendano l'indifendibile e aprano una fase nuova. Berlusconi è parte del problema e potrebbe essere anche parte della soluzione». Quando Casini lanciò questo accorato appello alla defenestrazione, lo spread tra Btp e Bund era a quota 400 e la pressione fiscale inferiore di due punti e mezzo a quella attuale. In maggio, quando Moody's declassò 26 banche, aveva già cambiato idea. Casini denunciò non le peggiorate condizioni dell'economia sotto il governo Monti, bensì «un disegno criminale contro l'Italia, un attentato all'economia di questo Paese» portato avanti «dalle agenzie di rating che in passato sono state cieche e sorde alle bolle speculative. È una vergogna». Lo spread viaggiava sui 440. Oggi non si discosta molto da quota 500. Ma il leader centrista non cambia registro: «Moody's secondo me sta azzerando se stessa e la credibilità delle agenzie di rating». Lo stesso andamento della credibilità di Casini.