Nulla da fare: il processo sulla trattativa Stato-mafia resta a Palermo

Respinte tutte le eccezioni della difesa dell'ex ministro Mancino, che sostenevano che la competenza fosse di Roma. Esultano il pm Di Matteo: "Andiamo avanti con la stessa forza di 5 anni fa quando con Ingroia iniziammo quest'indagine"

Tutto secondo copione. La decisione era scontata ma adesso è ufficiale: il processo sulla trattativa Stato-mafia resta a Palermo; e deve svolgersi davanti alla Corte d'Assise, e non di fronte a un normale tribunale, perché parte integrante della presunta trattativa è l'omicidio, a marzo del 1992, dell'eurodeputato della Dc Salvo Lima.
Insomma, nulla da fare. Le eccezioni di competenza, presentate dalla difesa dell'ex ministro Nicola Mancino (che è accusato solo di falsa testimonianza) sono state respinte in blocco. Superata questa fase preliminare, il processo è stato ufficialmente aperto, ed entrerà nel vivo il prossimo 26 settembre.
La decisione della corte d'Assise presieduta da Alfredo Montalto non è stata un fulmine a ciel sereno. Le eccezioni della difesa dell'ex presidente del Senato sono state respinte su tutta la linea. Per quanto riguarda la competenza del tribunale dei ministri l'ordinanza sottolina che «appare palese la mancanza di presupposti sollevati dalla difesa di Nicola Mancino» perché l'ex ministro «è imputato del reato di falsa testimonianza, commesso il 24 febbraio 2012, ben oltre la cessazione di ogni carica ministeriale ricoperta. Spetta a questa Corte - ha aggiunto il presidente - il potere di qualificazione del reato, se esso sia ministeriale o meno. E non si comprende quale concreto pregiudizio vi possa essere nei confronti dell'imputato nell'essere giudicato dalla Corte di assise di Palermo». Respinta di conseguenza anche l'altra eccezione, quella cioè che la competenza fosse del tribunale monocratico e non della corte d'Assise. Rigettate anche le eccezioni di competenza territoriali avanzate dagli altri imputati.
La procura esulta. «Non avevamo dubbi - ha dichiarato il procuratore aggiunto Vittorio Teresi - sull'accoglimento delle nostre argomentazioni che sono state riprese tutte nell'ordinanza della corte d'Assise perché si trattava di ragioni di diritto fondate. Si è confermato - ha aggiunto - che l'omicidio Lima è un dato fondante del nostro castello accusatorio e il primo atto del ricatto che mafia e pezzi delle istituzioni fecero allo Stato».
Soddisfatto anche il pm Nino Di Matteo, attualmente sottoposto a procedimento disciplinare per aver confermato, in un'intervista a Repubblica, l'esistenza delle intercettazioni tra Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. «Questa decisione - esulta Di Matteo - è un ulteriore stimolo ad andare avanti per verificare se anche altri soggetti che ancora non sono sotto processo abbiano commesso reati in quella tragica stagione. A quest'indagine -aggiunge - sono state fatte critiche forse pregiudiziali che ora un'autorevole Corte di assise ha eliminato radicando la competenza a Palermo. Andiamo avanti con la stessa forza di 5 anni fa quando con Ingroia iniziammo quest'indagine».