Il nuovo Fini? Come Scalfaro

Con felice intuizione, Ernesto Galli della Loggia ha paragonato Gianfranco Fini, 58 anni, al novantaduenne Oscar Luigi Scalfaro. Due giorni fa, il politologo del Corsera aveva osservato nell’editoriale che Fini era «ancora e sempre immerso nel vecchio scenario (...)
(...) della morente Prima Repubblica». Piccato per non essere salutato come grande innovatore, il presidente della Camera ha replicato con 300 righe, pubblicate ieri sul Corriere. Nel papiello, Gianfry elenca le proprie virtù e rivendica il passaggio dal neo fascismo al culto per la democrazia, la legalità, le regole, eccetera. Nella controreplica, Galli della Loggia spiega in due parole perché lo consideri «vecchio»: «Se avesse continuato a predicare la necessità del presidenzialismo con l’insistenza con cui l’ha fatto per tanto tempo, a nessuno oggi verrebbe in mente di collocarlo tra i custodi delle regole, i tic, i tabù della Prima Repubblica». Invece, ha annacquato le sue posizioni «con ammonimenti di inamidato buonismo e precetti politicamente corretti». Tutto ciò, conclude il professore, «la sta rendendo degno - se lo lasci dire - del miglior Scalfaro d’annata».
Il parallelo tra il vecchio e il «giovane» è azzeccatissimo per la comune retorica, l’inguaribile vanità, il vizio di additare la pagliuzza nell’occhio altrui ignorando la trave che campeggia nel proprio. È davvero miracoloso come il nuovo Fini, rigenerato nel democraticismo antifascista in voga da sessant’anni, somigli adesso all’augusta cariatide dell’ex capo dello Stato. Separati da due generazioni - classe 1918, Oscar Luigi, 1952, Gianfry - lanciano i medesimi anatemi, hanno le identiche antipatie e un uguale odio per l’usurpatore di Arcore. Un’unica cosa a ben vedere - e solo perché io sono pignolo - li differenzia: Oscar Luigi è stato a lungo un uomo spiritoso, Gianfry è una lapide dalla nascita.
Do qualche esempio per tenerci su. Avrete notato che in un qualsiasi discorso, Fini per attenuare il tono tronfio con cui enuncia i propri meriti usa la perifrasi «lo dico con orgoglio e umiltà». Se invece è Scalfaro a reprimere il proprio ego, dice: «Sono un broccolo». E aggiunge con autoironia da inveterato baciapile: «Ma è meglio essere un broccolo nel campo del Signore che un fiore piantato fuori dal campo». Uno è muffoso e poco credibile, l’altro più simpatico e sorridente. L’antenato batte l’emulo dieci a zero. Da quando dirige la Camera, Gianfry - di fronte a tafferugli e disordini - ha sempre reagito in modo secco e antipatico. In analoghe circostanze, Oscar Luigi è stato invece strepitoso. Durante la sua stessa elezione a capo dello Stato nel 1992, Scalfaro guidava l’Aula dalla poltrona di presidente (era stato eletto un mese prima al vertice di Montecitorio). «Il regolamento non mi obbliga a stare seduto», gridava durante la gazzarra della prima seduta il missino Carlo Tassi (tragicamente scomparso in un incidente qualche mese dopo). «Onorevole - replicò soavemente Oscar Luigi - nessuno la obbliga nemmeno a ragionare. È facoltativo». A Fini una battuta del genere non uscirà mai di bocca perché neanche gli si avvicina nei paraggi del cervello.
Bene. Dato a Scalfaro quel che è di Scalfaro, per il resto sono due gocce d’acqua. Da quando è entrato in scena il Cav, l’ex capo dello Stato ha perso il buon umore, Fini la bussola. Entrambi si sono ingrugniti e straparlano di regole e legalità col sottinteso di esserne i campioni mentre l’altro le calpesta. Si abbarbicano alla Costituzione e considerano eretica qualsiasi modifica. In questo, Gianfry è arrivato buon ultimo ma ha riguadagnato a tappe forzate il terreno perduto.
Come ricorda Galli della Loggia, Fini è stato un alfiere del presidenzialismo gaullista ma oggi non ne parla più. Si limita a dire, come ha scritto nella replica al Corriere, che vuole «un efficace equilibrio dei poteri». Testualmente: «Un Parlamento efficace e un governo forte e capace». Ossia, un colpo al cerchio e uno alla botte, secondo la formula veltroniana del «ma anche», «questo sì, quello pure», «ora, ma non subito». Insomma, l’immobilismo puro.
Vi sfido a indovinare chi dei due ha detto: «La Costituzione è garanzia di democrazia». E chi invece: «La Costituzione è di tutti»; «La Carta serve per unire, non per dividere». O anche: «Chi dice che la Costituzione è nata da una filosofia comunista lo fa perché questo è frutto di ignoranza». Non scioglierò il rebus ma vi avverto che tra i virgolettati ce n’è anche uno farina del mio sacco. Insomma, banalità da salotto di cui chiunque può essere l’autore. Nessuna però capace di riportare il Paese al passo con la storia. Parlo di quella presente, senza neanche azzardare al futuro di cui il finianismo si riempie la bocca.
Prendiamo la riforma della giustizia. Scalfaro, che sostiene di indossare la toga da oltre settant’anni, non vuole neanche sentirne parlare. Fini invece - traggo dal suo papiello di due giorni fa - la affronta così: «Non deve essere punitiva per chi opera al suo interno (i magistrati, ndr) ma nemmeno essere oggetto di veti punitivi (da parte dei medesimi magistrati, ndr)». Si può essere più vuoti di così? Qual è la sua idea sulla separazione delle carriere, sull’abuso delle intercettazioni, sui pm alla Woodcock? Vattelapesca. È tutto così. Un inamidato buonismo e un’orgia di politicamente corretto per parafrasare la beffarda tirata d’orecchie di Galli della Loggia.
Ma poi sentite da che pulpito fanno le prediche i due campioni, identici in questo come nel resto. Tempo fa, Oscar Luigi rimproverò al Cav di «non voler superare il complesso dell’imputato» consigliandogli amorevolmente di farsi processare. Ma che fece lui quando fu accusato di malversazione dei fondi riservati all’epoca in cui era al Viminale? Andò in tv a reti unificate e disse: «Non ci sto». Col piffero che si abbandonò nelle mani dei magistrati aspettando serenamente il loro sapiente verdetto. Mise invece in campo tutta la sua forza e ottenne - è documentato nel libro di un testimone oculare, il pm Francesco Misiani - che la Procura di Roma insabbiasse il procedimento. Insomma, lui non ci sta ma il Cav ci deve stare. E Fini, che parla accorato di rispetto delle regole che nell’Italia berlusconiana - la stessa in cui Gianfry ha fatto bingo - «è considerato un’opzione e non un dovere»? Bè, lui e i Tulliani, loro sì che se ne intendono: chiedere in Rai e dalle parti di Boulevard Princesse Charlotte. Ma fateci il piacere.