Oggi il verdetto della Consulta che potrebbe dare ragione in parte al leader del Pdl

MilanoA memoria d'uomo non si ricorda una decisione tanto sofferta nella storia della Corte Costituzionale: la sentenza sulla sorte del processo «diritti tv» a Silvio Berlusconi doveva arrivare già il 23 aprile scorso, invece la seduta durò fino a sera senza che i giudici trovassero un accordo, e la cosa venne rinviata per trovare una mediazione. Si racconta di una discussione anche aspra, con il relatore - il giudice Sabino Cassese - messo in minoranza. Da allora la Consulta si è riunita altre tre volte, senza partorire la decisione.
Ma oggi finalmente ci siamo. Prima di sera si saprà chi aveva ragione quel giorno di marzo del 2010, quando il tribunale di Milano tenne udienza nonostante il Cavaliere fosse impegnato in una riunione del governo. Di conseguenza, si capirà se davvero su Berlusconi stia per abbattersi una condanna definitiva che lo estrometterebbe dalla vita politica. E anche l'imminente sentenza dell'altro processo, quello per il caso Ruby, piomberà in uno scenario pesantemente condizionato, in un modo o nell'altro, dalla decisione della Consulta.
I nodi, insomma, vengono al pettine tutti insieme. Impossibile fare seriamente previsioni su cosa deciderà la Corte Costituzionale. La fatica con cui i giudici di piazza del Quirinale hanno trovato una linea comune potrebbe produrre una decisione cerchiobottista: la Corte potrebbe dare ragione a Berlusconi sul principio, dicendo che fu sbagliato tenere udienza quel giorno, ma senza annullare automaticamente la sentenza che ha condannato il Cavaliere a quattro anni di reclusione e cinque anni di interdizione dalle cariche pubbliche. La valutazione delle conseguenze concrete sui processi verrebbe lasciata cioè dalla Corte Costituzionale alla Cassazione, che subito dopo l'estate affronterà il ricorso presentato da Berlusconi contro la condanna. Se la Cassazione dovesse ritenere che nell'udienza contestata non furono affrontati temi decisivi per la posizione processuale di Berlusconi, la sentenza di domani della Corte Costituzionale resterebbe una vittoria di Pirro priva di vantaggi concreti per il Cavaliere. E il baratro della condanna definitiva resterebbe a portata di mano.
Dettagli tecnici a parte, è indubbio che la decisione di oggi darà un segnale esplicito sull'aria che tira nei confronti di Berlusconi. Se uscisse sconfitto dalla Corte Costituzionale, Berlusconi inizierebbe nel peggiore dei modi il periodo di fuoco che lo attende nelle aule, e che tra appena cinque giorni vivrà il suo apice con la sentenza per il caso Ruby. È lì che si gioca il fulcro della partita, e non solo perché nell'aula della quarta sezione sarà presente la stampa di mezzo mondo. Il processo Ruby è l'indagine che ha messo fine al governo Berlusconi. La Procura di Milano considera i comportamenti del Cavaliere nelle notti di Arcore la sintesi perfetta della «capacità a delinquere», del disprezzo delle regole che da sempre Ilda Boccassini e i suoi colleghi rinfacciano a Berlusconi. Così è inevitabile chiedersi: cosa accadrebbe se Berlusconi uscisse assolto dalla sentenza di lunedì prossimo?
Lo scenario è meno fantascientifico di quanto si potrebbe pensare. La stessa Procura sa bene che per entrambe le accuse contestate all'imputato, la concussione e la prostituzione minorile, manca la «pistola fumante», la prova incontrovertibile. A dimostrare la colpevolezza di Berlusconi, nella ricostruzione dei pm, è una serie concatenata di elementi di fatto, che tutti insieme non lasciano dubbi. Ma se uno o più tasselli si sfilano, allora l'intero castello rischia di crollare. Certo, un'assoluzione di Berlusconi con formula piena suonerebbe come uno schiaffo eccessivo alla Procura. E così anche su questo versante si fa strada il partito di chi prevede una sentenza 50-50. Berlusconi potrebbe venire condannato per una accusa e assolto per l'altra. Assolto per i rapporti con Ruby, che i giudici considerano accertati, ma per i quali mancherebbe la prova che Berlusconi sapesse che si trattava di una minorenne; condannato per la telefonata in questura, che - almeno come evento storico -è accertata.