Orgoglio Moka Il simbolo italiano sfida la modernità

Il caffé mi rende nervoso ma la moda delle nuove macchine da caffé ancora di più. Il bello della moka, che adesso compie ottant'anni e viene festeggiata con un'apposita mostra alla Permanente di Milano, era ed è la non invadenza, la leggerezza, la semplicità, l'economicità estrema. Ancora oggi una macchinetta Bialetti te la porti a casa con meno di venti euri mentre per avere una macchinona, non facciamo nomi, bisogna moltiplicare per quattro, cinque, sei... Non che io sia un pauperista, anzi, però mi torna strano che in anni di crisi ci sia l'esplosione dei negozi dell'espresso domestico, e relative cialde. Non è conseguente, non è logico, ci dev'essere qualcosa sotto. Sia chiaro, non credo nei complotti e non penso che un giorno i signori di (stavolta i nomi li faccio) Nespresso, Lavazza, De Longhi, Siemens, Indesit, Krups eccetera, si siano alleati per far fuori l'Omino coi Baffi e imporre agli italiani una mutazione del gusto. Ma se negli ultimi mesi il caffè in monodosi è cresciuto quasi del 20% una ragione ci dovrà pure essere. O più probabilmente molte ragioni che, analizzate un attimo, sembrano avere tutte più o meno a che fare col declino dell'Italia, maledizione. Innanzitutto con il declino economico. La moka fu una gloriosa invenzione tricolore, quasi autarchica: il primo esemplare di caffettiera dall'inconfondibile forma ottagonale comparve a Omegna, in Piemonte, al tempo dell'Africa italiana produttrice di caffè. Per decenni e decenni, almeno fino agli ultimi venti di crisi, la Bialetti ha macinato profitti oltre che chicchi, e dato lavoro a stuoli di operai e impiegati. Mentre gli oggetti che oggi vanno per la maggiore fanno capo a multinazionali (la Nestlè di Nespresso ha sede in Svizzera) oppure ad aziende che pressate da una concorrenza che non conosce frontiere hanno delocalizzato tutto il delocalizzabile, come ammette con tono sconsolato lo stesso Giuseppe Lavazza: «Quasi tutte le macchine di caffè al mondo sono fatte in Cina. Anche le nostre».
Il successo delle capsule rimanda pure al declino demografico: io mi ricordo ancora, nelle case dei parenti al Sud, certe Bialetti monumentali da 9, 12 e perfino 18 tazze. Zie, nonne e prozie le estraevano dalle credenze al termine di pranzi di Natale a cui partecipavano parentadi estesissimi. Mentre per le famiglie mononucleari di oggi le monodosi sono l'ideale, c'è poco da obiettare. Poi c'è il declino estetico: non che le nuove macchine siano brutte ma non sono iconiche come la moka, Art Deco alla portata di tutte le tasche. Fra ottant'anni, sottoposte alla tipica obsolescenza dei prodotti ipertecnologici, saranno inservibili e ci sembreranno ancora più assurde di quanto oggi ci sembrano assurdi i telefonini degli anni Ottanta. Fin qui ho cercato di essere oggettivo, il più possibile freddo e razionale, ma adesso concedetemi un pizzico di nostalgia affrontando il nodo (alla gola) del declino poetico. Sarò un reazionario ma nemmeno un progressista riuscirebbe a immaginarsi Eduardo De Filippo impegnato in un monologo immortale sul caffè da capsula. Nella napoletana usata dal grande attore, e in misura appena minore anche nella moka, manualità e ritualità sono elementi essenziali. Ogni utilizzatore ha il suo stile, i suoi piccoli accorgimenti. Come si sa le variabili sono innumerevoli: la quantità di acqua nel serbatoio (grande questione: fino alla valvola o sotto la valvola?), la quantità di caffè nel filtro, il tipo di pressatura, il vigore della fiamma...
Le macchinette ricevono l'anima dai loro proprietari e anche se sono identiche fanno scaturire caffè sempre diversi. Mentre le macchinone l'anima la rubano: sono troppo automatiche per consentire alle singole personalità di esprimersi... In un'epoca di conformismo come la presente è naturale che l'espresso uniforme mangi quote di mercato alla moka variabile. Ed è naturale che oggi, pensando a un pezzetto di civiltà italiana che invecchia e declina, mi senta ancora più nervoso del solito.