Otto medici su dieci prescrivono cure inutili

È la formula del catenaccio applicata alla medicina. Stare sulla difensiva, non concedere troppo spazio all'avversario. Quando per «avversario», va inteso il paziente. Ma avversario perché? Perché non tanto e non solo arriva dal medico in cerca di valide risposte e terapie ai suoi malanni ma perché un domani, magari anche un dopodomani, se quelle risposte non sono arrivate o sono arrivate male, può sempre far causa al povero e bistrattato dottore.
Quindi? Quindi la formula catenaccio entra in azione preventivamente (rispettando, almeno in questo modo, l'adagio: meglio prevenire che curare) e stoppando l' avversario-paziente con due mosse: prescrivendogli un farmaco più o meno innocuo(della serie: se non fa bene, non farà neanche male) e, soprattutto, esami su esami, per circoscrivere in modo più attendibile (e più sicuro per il medico) l'entità del danno o del malanno. Non siamo noi a sostenerlo ma è quanto emerge dalla prima ricerca nazionale sulla medicina difensiva, realizzata dall'Ordine provinciale di Roma di medici chirurghi e odontoiatri.
Secondo l'indagine, condotta su un campione rappresentativo di tutti i medici italiani in attività, fino a 70 anni, il timore dei medici di essere oggetto di denunce da parte dei loro pazienti li spinge infatti a prescrivere farmaci, esami e visite in eccedenza, che finiscono per incidere per oltre il 10 per cento sulla spesa sanitaria del Servizio sanitario nazionale. Una cifra considerevole se si calcola che la spesa complessiva del Ssn è di circa 100 miliardi di euro l'anno. Fra i dati più interessanti che emergono dell'inchiesta quello che le prescrizioni difensive di farmaci sono effettuate dal 53 per cento dei dottori, soprattutto tra i professionisti più giovani (fino ai 44 anni di età, mediamente), mentre ai ricoveri per ragioni difensive fa ricorso il 49,9 per cento dei medici. L'identikit del medico, uso al «catenaccio», ci consegna anche il ritratto di giovani professionisti , specializzati in chirurgia, ortopedia, ginecologia, medicina d'urgenza e assistenza primaria, e residenti prevalentemente nelle regioni del Sud. Ad incidere sull' iper-prescrizione adottata da molti medici sono in ogni caso più ragioni.
Tra i camici bianchi molti sono terrorizzati dal rischio : il 78 per cento teme infatti di essere denunciato; il 65 per cento si sente sotto pressione nella pratica clinica di tutti i giorni mentre soltanto il 6 per cento ritiene che la probabilità di essere denunciati sia nulla. Così praticando, per scelta, la medicina difensiva, il 73 per cento dei medici dichiara di prescrivere visite specialistiche ( di fatto il 21 per cento di tutte le prescrizioni). Con la stessa convinzione il 71 per cento dei dottori ammette di prescrivere esami di laboratorio ( il 21 per cento circa del totale). E sempre per ragioni di medicina difensiva, il 75,6 per cento dei medici dichiara di prescrivere esami strumentali ( il 22,6 per cento circa di tutte le prescrizioni).
E i ricoveri? Un bel 49,9 per cento, cioè un medico su due li prescrive (e sono l'11 per cento circa del totale delle prescrizioni di questo tipo ) a cuor leggero proprio per togliersi un peso dal cuore. Leggermente differente il discorso sui farmaci (specie quelli che fanno poco o nulla) concessi soprattutto dai giovani medici per un rapporto circospetto con il paziente. Un peso determinante, si potrebbe dire quasi opprimente, per tantissimi dottori è sicuramente la considerazione non proprio straordinaria che ha l'opinione pubblica dei medici (65,8 per cento), il rischio eventuali iniziative della magistratura (57,9 per cento), la tensione del medico per altre esperienze di contenzioso vissute dai colleghi (48,4 per cento). Tanto che il 73,6 per cento circa dei camici bianchi afferma di possedere un'assicurazione RC personale il cui costo annuo medio è di 1.147 euro.
Il 35,9 per cento dei professionisti ritiene infine che gli errori medici potenzialmente dannosi siano abbastanza o peggio molto diffusi. Poi c'è la necessità di prevenire sanzioni dalle strutture di appartenenza (43,1 per cento), la paura di rovinarsi la carriera (27,8 per cento), di finire sui giornali o in tv (17,8 per cento), di perdere i pazienti (10,6 per cento), e ancora il timore di venire essere criticati dai colleghi (9,6 per cento).
I numeri della paura, dunque, sono tanti, troppi. Altro che il «dica 33» di una volta.