La "pacificazione" scatenerà Grillo & C.

M5S e sinistra estrema alzeranno ancora di più i toni: con l'accordo Pd-Pdl rischiano di restare isolati

Il boomerang volteggia minaccioso verso il lanciatore miope. A poco più di un mese dalla proposta di alleanza del Pd il Movimento Cinque stelle rischia di doversi pentire del gran rifiuto diffuso in streaming. L'irriducibilità ideologica è raramente buona consigliera. E oggi, con il Parlamento che vota la fiducia al governo Letta, si cominciano a intuirne le conseguenze nei commenti ultimativi del mondo grillino e delle sue propaggini. Quello nascente è un governo di colombe. Un governo di pacificazione nazionale. Apriti cielo. Il rischio di restare a lungo fuori gioco fa aumentare di intensità il fuoco di sbarramento. Il dato più evidente di quel primo, esibito, faccia a faccia tra la politica e l'antipolitica fu l'umiliazione di Bersani. Lapalissiana. Tuttavia, nell'arrogante rifiuto della coppia Lombardi & Crimi si poteva già intravedere un fastidioso effetto collaterale. Ovvero, l'isolamento nel quale si trova ora il M5S. Di più, la percezione che prima di tutto si voleva abbattere e distruggere. E solo in un secondo tempo, costruire e edificare. Ma alle proprie, inderogabilissime, condizioni.

Dopo la nascita di un governo a forte centralità democristiana, il movimento di Grillo e Rifondazione comunista, dominati dalla protesta, dimostrano ogni giorno di essere prevalentemente forze extraparlamentari. Il fossato che li separa dalle istituzioni repubblicane continua ad allargarsi. Qui non si tratta di voler ridurre le prerogative dell'opposizione, bensì di fare in modo che venga esercitata con metodi e linguaggi democratici. Ieri il professor Becchi, ideologo del M5S, ha evocato uno scenario per cui l'attentato di Palazzo Chigi gioverebbe al neonato governo «perché ricompatta con il solito vecchio cliché: uniti contro la violenza e, al contempo, uniti contro chi semina la violenza». Nichi Vendola ha gridato al «regime» perché quando «un disperato spara si dà la colpa a chi dissente e a chi non si piega all'inciucio». In realtà, non si dà la colpa a nessuno. Tanto meno a chi dissente. Semmai, senza voler stabilire automatismi di sorta, si individuano delle responsabilità nell'uso di un vocabolario questo sì contundente.

Qualche anno fa, all'indomani dell'aggressione a Berlusconi in piazza Duomo a Milano, Travaglio rivendicò il diritto all'odio. «Chi l'ha detto che non posso odiare un politico e augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?», scrisse il vicedirettore del Fatto quotidiano proprio sul blog di Beppe Grillo. Il diritto all'opposizione e all'indignazione esiste eccome. Dentro e fuori dal Parlamento. Sul diritto all'odio sbandierato ai quattro venti su giornali e televisioni saremmo più cauti. Non tutti, lettori e telespettatori, sanno camminare in perfetto equilibrio sul margine che separa l'odio dalla violenza. Ha scritto ieri su Repubblica Adriano Sofri, uno che di campagne di odio se ne intende, al termine di un lungo ragionamento: «Se gridi ai politici: “Siete tutti morti. Sei un morto che cammina” (come ha fatto più volte Grillo, ndr), non stai certo sobillando ad ammazzarli. Ma la volta che uno di loro sia morto e non cammini più, ci resterai male».

Il momento di gravi tensioni sociali e di contrapposizioni frontali che attraversiamo non pare particolarmente favorevole ai distinguo e alle sfumature. In questo clima, c'è caso che le sottigliezze non vengano recepite. Fuor di metafora, forse è il caso che anche Grillo dia una regolata ai suoi. Ieri una deputata torinese, tale Laura Castelli, ha detto senza ridere che «stiamo vivendo un momento storico in cui la politica ha delegittimato la piazza». Non è che, magari anche a ragione, è accaduto il contrario? E che, magari, visti i morsi della crisi e lo stato in cui versa il Paese, anziché continuare a sputare sull'avversario, lanciare anatemi contro il Palazzo o perdersi in astrattissime questioni di principio e sdegnosi rifiuti a «mescolarsi», sia più responsabile rimboccarsi le maniche e portare il proprio mattone per venir fuori dal tunnel? «L'Italia brucia», urlava proprio Grillo qualche giorno fa. Sarebbe il caso che se lo ricordasse. Il boomerang, dopo l'inversione, accelera...