Padoan, guru dell'austerity che abitava in un castello

Col cognome veneto, l'origine piemontese e la nascita romana, Pier Carlo Padoan ha in sé il germe dell'adattabilità ai giochi del destino.
Il neo ministro dell'Economia si è inerpicato sulla poltrona di Via XX Settembre provenendo dall'Ocse di cui, dal 2007 al 2014, è stato vice segretario generale. Da quel pulpito faceva le bucce al predecessore, Fabrizio Saccomanni, correggendo in peggio le stime dei conti italiani. La crescita 2014, che Saccomanni prevedeva all'uno per cento, per Padoan era solo dello 0,6; il deficit, era valutato al 2,8 del Pil e non al 2,5; il debito era dato in aumento al 133,2 per cento e non in calo, come sosteneva l'altro. Bacchettando Saccomanni, Padoan confermava la sua fama di caparbio rigorista.
Nonostante sia cresciuto nel ventre dell'ex Pci, Pier Carlo non è imbevuto di quel buonismo veltroniano che ci aspetterebbe da un militante. Al contrario, è un chierico dell'austerità dalla cui bocca sono uscite espressioni che la signora Camusso non esiterebbe a considerare aguzzine. Sua è la frase: «Il risanamento è efficace. Il dolore è efficace (sic!). La cattiva fama dell'austerità è solo un problema di comunicazione, visto che stiamo ottenendo risultati». Sulla Grecia, quando Padoan era all'Ocse (ma anche prima, al Fmi di cui fu direttore, tra il 2001 e il 2005, in rappresentanza dell'Italia), disse che se non usciva da sola dai suoi guai, andasse pure a ramengo. Insomma, parlava come Frau Merkel. Allo stesso modo esalta la riforma di Elsa Fornero che, solo a nominarla, viene d'istinto farsi il segno della croce. Insomma, questo Padoan era una specie di derviscio dell'eurorigorismo pronto a fare di noi un popolo di esodati.
Diversi economisti allevati nell'ex Pci sono in effetti diventati dei fanatici della lesina da quando il partito, per riciclarsi, si è convertito all'europeismo stretto, abiurando e Marx e Keynes. Tanto che oggi in Europa, invertendo i ruoli di qualche decennio fa, la destra liberale è euroscettica e para keynesiana, la sinistra euro ortodossa e nostalgica di Quintino Sella. Negli Usa invece, dove ciascuno è rimasto se stesso, i repubblicani (destra) continuano a tirare i cordoni e i democrat, tuttora keynesiani, stampano moneta. Uno dei più noti tra questi liberal, l'economista e Nobel, Paul Krugman, ha preso di mira il nostro Padoan e, di tanto in tanto, gli rifila una pedata. A volte ne fa il nome, altre lo tace, ma sempre con lui se la prende. Esempio del primo tipo: «Padoan è tra i più grandi sostenitori dell'austerità, che con il loro tifo hanno spinto l'Europa al disastro». Secondo tipo: «Certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all'Ocse» (come Pier Carlo, ndr). La stessa ironia subliminale di Schopenhauer che disse: «Se l'Africa ha le scimmie, noi abbiamo i francesi».
Veniamo ora al Padoan ministro e dimentichiamo quanto abbiamo detto di lui prima che lo diventasse. A volerlo all'Economia è stato Massimo D'Alema che lo protegge da lustri. A imporlo è stato invece Giorgio Napolitano. Una sorta di risarcimento del presidente per lo sgarbo che gli fece nel 2013 quando gli preferì il fallimentare Saccomanni, scontentando il premier Letta che invece voleva Padoan (su impulso del fido Fabrizio Pagani, suo suggeritore economico). Così Pier Carlo è giunto al governo. Il solo a non metter bocca nella scelta, è stato dunque Matteo Renzi. Ma ora i due sono pappa e ciccia.
Padoan ha subito dato prova della duttilità cui accennavo all'inizio. Poiché Renzi ha detto che lui è per la crescita e che l'Ue non deve troppo rompere le scatole, Padoan si è allineato. Così, a spese degli equilibri contabili, sono arrivati gli 80 euro ai meno abbienti. Per ricavarli, oltre a mettere la sciagurata tassa sulle rendite finanziarie, il nostro Pier Carlo ha rinviato al 2016 il pareggio di bilancio previsto per quest'anno dall'Ue. Per me, ha fatto benissimo. Ma non crediate che sia andato a Bruxelles a battere i pugni. Non ne ha il fegato. Ha solo astutamente calcolato che la Commissione europea, in scadenza a novembre, non avrebbe avuto la forza di richiamare all'ordine l'Italia, ed era perciò pronta ad abbozzare. L'ex rigorista, insomma, è una lenza: ha approfittato delle circostanze per servire a Renzi un vantaggio elettorale e, quanto lui, per vestire i panni bonari graditi alla sinistra che in maggioranza ha il governo sul gozzo.
L'essere lenza e piacione è tipico del romano. Pier Carlo, classe 1950, nella Capitale è nato e ha sempre vissuto, salvo intervalli. Le origini sono però piemontesi. La nonna - a Maranzana, in quel di Asti - possedeva un castello dove il Nostro fanciullo trascorreva le estati. A Maranzana torna tuttora in occasione della Festa della Torta. Laureato a Roma in Economia, Padoan si legò presto al Pci, e fece carriera nell'università sotto la sua egida fino a diventare ordinario. Era considerato un ottimo tecnico più laburista che comunista in cerca, con altri della sua cerchia, di una terza via tra capitalismo e socialismo. Per queste caratteristiche, nel 1998 fu chiamato a Palazzo Chigi dal premier D'Alema che voleva darsi un'aria alla Tony Blair. Padoan entrò a far parte di un triumvirato di consiglieri economici, con Nicola Rossi e Marcello Messori, ribattezzati dai compagni con l'affettuosità delle iene, «Blairiani alle vongole». Arruolato ormai in pianta stabile nel dalemismo, fu poi presidente della fondazione Italianieuropei.
Della carriera di Pier Carlo al Fmi e Ocse abbiamo accennato. Aggiungiamo che quando era al Fondo a Washington, preparava, per le assise più solenni, i discorsi dell'allora titolare dell'Economia, Giulio Tremonti che, dopo averli scorsi, si infuriava come un facocero e li gettava nel cestino. Dai soggiorni all'Estero, Padoan ha acquisito due tratti. L'eccezionale padronanza dell'americano come un nativo dell'Ohio e il vezzo di enormi cravatte verdi e arancioni, dal raccapricciante effetto di gigantesche cocorite brasiliane spiaccicate sulla camicia del ministro.
Nel resto, è rimasto romano. Se può, corre a vedere la Roma, di cui è patito perso. Romaniste sono pure le due figlie. «Porta Totti nel cuore», ha fatto sapere la moglie, Maria Grazia. Costei è una santa donna, al punto che, nata in una famiglia laziale, dopo le nozze è passata a tifare Fiorentina per non innervosire il marito. Come i conti dello Stato di cui Pier Carlo è maestro, anche i suoi equilibri familiari si reggono su piccoli trucchi.