Il Papa operaio conquista i sardi «Senza lavoro non c'è dignità»

Mette da parte i fogli e parla a braccio, con il cuore in mano, ai lavoratori sardi. Il secondo viaggio in Italia di Papa Bergoglio è a Cagliari, in quell'Isola dove la crisi ha piegato una terra ricca di risorse e speranze. E dove l'indice di povertà relativa è doppio rispetto a quello nazionale.
La giornata inizia con l'incontro del Pontefice con i disoccupati, i cassintegrati, i dipendenti in mobilità. Ci sono gli operai dell'Alcoa, quelli della miniera nel Sulcis, i lavoratori delle aziende sarde in crisi. Il Papa argentino, figlio di emigrato, dialoga con loro, li incoraggia, mostra affetto. Ricambiato: qualcuno infatti attacca al balcone uno striscione: «Papa Checco sali per il caffè».
Bergoglio ascolta la storia di un cassintegrato, di un pastore e di un'imprenditrice. «Santità - dice il primo - il Sulcis, il mediocampidano, il nuorese e il sassarese muoiono ogni giorno. La mancanza di lavoro rende lo spirito debole, genera una paura che indebolisce la fede e la fiducia nell'avvenire. Papa, papà di tutti noi, non lasciarci soli».
Tocca dunque al Pontefice prendere la parola. Con un pizzico di emozione ricorda ciò che ha vissuto sulla propria pelle. «È una realtà che ricordo per l'esperienza avuta in Argentina. Io non l'ho conosciuta, ma la mia famiglia sì: mio papà, giovane, è andato in Argentina pieno di illusioni a “farsi l'America“. E ha sofferto la terribile crisi degli Anni '30 - racconta il Papa -. Hanno perso tutto, non c'era lavoro». E poi l'invito: «Devo dirvi: “Coraggio!“. Ma sono cosciente che devo fare tutto da parte mia, perché questa parola non sia una bella parola di passaggio! Non sia soltanto un sorriso di impiegato cordiale, un impiegato della Chiesa».
Lo ascoltano migliaia di disoccupati, padri di famiglia che non sanno come tirare avanti, giovani coppie di sposi che non riescono ad arrivare a fine mese, sindacalisti, operai con gli elmetti. In molti piangono: la speranza si intreccia alla sofferenza. E da qui si alza forte la preghiera di Bergoglio: «Signore, insegnaci a lottare per il lavoro. Gesù dacci il lavoro».
Non è un caso che la seconda visita pastorale sul suolo italiano del Papa argentino sia ancora una volta in un'isola. L'ha detto fin dall'inizio, il Papa: «La Chiesa deve andare alle periferie, dagli ultimi». A Lampedusa l'abbraccio agli immigrati, a Cagliari i lavoratori in difficoltà. «Anche qui, in questa seconda isola che visito trovo sofferenza, una sofferenza che ti toglie la speranza. Una sofferenza che ti porta, scusate se uso una espressione forte, ma è vero, ti porta a sentirti senza dignità».
Nel pensiero di Bergoglio la causa della crisi è solamente una: è frutto di un «sistema economico che ha al centro un idolo, che si chiama denaro. Il mondo è diventato idolatra, comanda il denaro», ammonisce.
Il Papa celebra poi messa nel Santuario di Bonaria. «Sono venuto per condividere con voi gioie e speranze, fatiche e impegni, ideali e aspirazioni della vostra Isola, e per confermarvi nella fede», afferma Bergoglio. Nel pomeriggio l'incontro con i poveri e i detenuti, e la forte condanna a quella carità che ha il sapore di assistenzialismo. «Alcuni si fanno belli, si riempiono la bocca con i poveri; alcuni strumentalizzano i poveri per interessi personali o del proprio gruppo. Lo so, questo è umano - chiosa - ma non va bene. E dico di più, questo è peccato, sarebbe meglio che rimanessero a casa». Infine l'abbraccio oceanico con i giovani e l'invito a non seguire «la dea lamentela»: «niente scoraggiamento», ha detto e, facendo l'esempio di sé stesso, ha aggiunto: «Non è che io mi sento Tarzan, ma nei momenti più bui ho guardato Gesù e mi sono fidato di lui, che non mi ha lasciato solo».

Commenti

honhil

Lun, 23/09/2013 - 14:00

L’idolo denaro sempre c’è stato e sempre ci sarà, ed è l’unico altare presso il quale, indistintamente, tutte le genti del mondo si accostato per ricevere la benedizione della prosperità. La disoccupazione invece, al contrario, è l’inferno dei popoli e, purtroppo, in Italia è endemica. Perché mai nessun governo dello Stivale, sia stato esso monarchico o repubblicano, l’ha preso in seria considerazione. La disoccupazione, insomma, non è mai stato un problema dello Stato tricolore, ma del singolo disoccupato. Non per niente politici e sindacati, difendono strenuamente sempre l’esistente, mentre poco o nulla fanno per creare nuovi posti di lavoro. Anzi, quando a volerlo fare sono i privati, il muro di gomma della burocrazia eretto insieme dalla politica e dal sindacato, castra anche il più coriaceo degli imprenditori. Tutto il resto è blabla. Anche le parole del Papa. Che, a questo punto, deve cominciare ad essere più riflessivo. O, se si vuole, meno ingenuo. No, lui, non può mai essere un rivoluzionario, come lo fu Gesù Cristo. Per mille motivi. Uno dei quali, a caso, perché non è il suo compito fare il rivoluzionario. Se veramente vuole fare qualcosa che dia un senso al suo Pontificato, faccia in modo che il cristianesimo e la tradizione cristiana non vengano sradicate, come di fatto sta avvenendo, dall’Europa. Andare a Lampedusa ed allargare le braccia ai venienti è stata una cosa stupenda: e quello che ha fatto lui lo si vorrebbe fare tutti: cristiani e laici. Ma che senso ha ciò, se poi devono essere gli altri a fare i conti con la nuova realtà? Sembra che un richiedente asilo alla comunità costa ogni giorno circa 2000 (duemila) euro? A proposito, perché il costo complessivo delle accoglienze, in tutte le sue ramificazioni, mese per mese, non viene reso pubblico? E, poi, questi miliardi perché di queste cifre si dovrà trattare, da dove vengono stornati? Però un’ecografia del costo di circa cento euro agli italiani, anche ai meno abbienti, viene negata. O postergata nel futuro remoto. Sperando che nel frattempo la morte dia una mano d’aiuto.