La paura del crac fa cancellare le vacanze a banchieri e politici

Una tempesta perfetta ad agosto e un'altra maxi-stangata fiscale a settembre. Il cocktail malefico, che potrebbe essere shakerato dai mercati finanziari, non fa dormire sonni tranquilli al premier Mario Monti. E nemmeno ai principali banchieri italiani.
Un primo segnale l'aveva dato lo stesso presidente del Consiglio alla vigilia dell'Eurogruppo che ha messo nero su bianco il meccanismo anti-spread e la ricapitalizzazione delle banche spagnole da parte del fondo salva-Stati. «Agosto - aveva detto - sarà un mese rischioso per gli attacchi speculativi che potranno venire all'Italia ma, con l'implementazione degli accordi Ue, il nostro Paese sarà più protetto di prima». D'altronde, i mercati «sottili» (cioè con pochi scambi e dunque più esposti a fluttuazioni improvvise e di maggiore intensità) favoriscono il gioco speculativo ribassista su azioni e soprattutto sui Btp.
Ecco perché - non a caso - i media hanno dato notizia che la famiglia Monti opta per «sobrie» vacanze in quel di Porto Recanati, nelle Marche, non troppo distante da Roma. Perché il premier è sempre sulla «palla». E così anche l'amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, ha cambiato i propri programmi. «Quest'anno - ha dichiarato - resto in vacanza in Italia perché ad agosto col mercato sottile sono previste turbolenze. So per certo che anche altre investment bank ed hedge fund stanno facendo la stessa cosa». Gli hedge fund, i fondi speculativi che utilizzano la leva finanziaria per moltiplicare gli effetti delle loro decisioni di investimento, avrebbero gioco facile in caso di turbolenza.
Ghizzoni, comunque, non è solo. Anche il team di Credit Suisse, capitanato da Federico Imbert, è sempre «sul pezzo» anche durante i periodi feriali ed è pronto a entrare in azione in caso di turbolenza. Le grandi banche, in fondo, non vanno mai in vacanza. Pure a Intesa Sanpaolo, il servizio di tesoreria (che fa capo al direttore generale Carlo Messina) è sempre vigile e le risorse disponibili sono in grado di fronteggiare le eventuali turbolenze. Ma proviamo a pensare che cosa potrebbe accadere ai cittadini (anche a quelli meno interessati alla Borsa) se l'Italia dovesse vivere un altro agosto tempestoso come quello del 2011. Un altro calo repentino della Borsa e, soprattutto, un altro allargamento dello spread, potrebbero costringere il governo a chiedere l'aiuto dei fondi europei salva-Stati, Efsf ed Esm. Certo, Monti ha spiegato che non è intenzione e che il loro effetto deterrente dovrebbe allontanare i «falchi» della speculazione. Ma se accadesse il peggio? L'Italia dovrebbe firmare un memorandum d'intesa con Ue e Fmi nel quale ribadisce l'impegno alla disciplina di bilancio (per altro mai venuto meno) e poi sperare che gli acquisti bastino a riportare la situazione su livelli normali (ieri il differenziale Btp-Bund era in calo a 454, ma è sempre elevato).
Ma è proprio quell'impegno al rigore che potrebbe costare caro. In un recente report di Nomura (diffuso, però, prima della pubblicazione dei dati sull'acconto Imu da 9,5 miliardi) emergeva che, allo stato attuale, alle entrate mancherebbero circa 2 miliardi. Senza tener conto dell'effetto depressivo dell'aumento al 21% dell'aliquota Iva, che ha già mostrato i primi segnali di cedimento. In un Paese che quest'anno dovrebbe registrare un calo del Pil del 2% e con un tasso di disoccupazione che ha già superato abbondantemente la soglia del 9%, il rapporto deficit/Pil sembra ormai veleggiare verso il 3% (2,6% la stima dell'Fmi). In questa situazione, l'unico modo per rispettare la politica del close-to-balance (pareggio di bilancio) promessa nel 2013 sarebbe quella di un'altra manovra correttiva compresa tra i 5 e i 10 miliardi. O con tagli (improbabili perché l'effetto non è immediato) o con nuove tasse. L'unica speranza è l'ottimismo della volontà.
«Quando le cose sono troppo scontate - dice Gianluca Verzelli, vicedirettore di Banca Akros - magari non accadono. Se però capitasse un altro caso Lehman Brothers...».