Paura per Gianluca l'italiano "costretto" a lavorare in Libia

Mistero sui sequestratori. Da Padova in Cirenaica: "Una vita dura, ma devo mantenere la famiglia"

Un pezzo di vita è rimasta lì. Chiusa in quella scatoletta con il glucometro a l'iniettore d'insulina. Gianluca Salviato ora pensa solo a quello. A come vivere senza insulina, a come nutrirsi senza avvelenarsi. È l'ultima complicazione di una scelta non facile.
La Libia, Tobruk e la Cirenaica non sono il posto migliore per un diabetico 47enne condannato a controllare cibo e stress per mantenersi in salute. Scegliere d'andarci, di lasciare la casa di Trebaseleghe, in provincia di Padova, dove lo attende la moglie non è stato facile. Ma lei aveva perso il posto. Toccava a lui guadagnare per entrambi. L'abitudine di lavorare all'estero Gianluca l'ha ereditata dal padre.
Seguendo le sue orme è andato in Russia, s'è fatto un mestiere nel settore petrolifero. È, insomma, uno dei tanti italiani pronti a partire per mettersi in tasca qualche soldo in più di quelli offerti dal posto sotto casa. Scegliere Tobruk in Cirenaica, portarci il proprio diabete non è comunque una scelta facile. Dopo la cosiddetta rivoluzione la regione orientale è un santuario di Al Qaida. Un posto dove la Farnesina e la nostra ambasciata di Tripoli sconsigliano caldamente d'andare. Lì, come sanno le poche decine d'italiani che ci lavorano, non esistono né stato, né sicurezza, né diplomazia. Il consolato di Bengasi ha chiuso dopo l'uccisione dell'ambasciatore americano e un attentato al nostro stesso console. E il rapimento a gennaio di altri due lavoratori italiani a Derna, 170 chilometri più a ovest, ha dimostrato che anche la criminalità comune guarda agli stranieri come ad una fonte di denaro e riscatti. Alla fine però Gianluca aveva deciso di andare. L'incarico offertogli dai friulani della Enrico Ravanelli Spa, una ditta di Venzone impegnata nella costruzione della rete fognaria di Tobruk, era per lui una scelta rischiosa, ma redditizia. Non aveva messo in conto il rischio rapimento. Non pensava di ritrovarsi davanti una banda di tagliagole agitati e frettolosi. Non pensava di venir strappato dall'auto senza che gli venisse dato il tempo d'afferrare l'indispensabile scatoletta. Ora Gianluca ha una sola possibilità. Deve spiegare a quei tagliagole che la sua vita è in pericolo. Deve fargli capire che le loro speranze d'incassare dipendono da qualche dose d'insulina oppure da quel che gli daranno da mangiare. Troppa pasta o troppo riso rischiano di provocargli un collasso, carne e pesce potrebbero mantenerlo in salute più a lungo. I suoi compagni di lavoro sperano invece che i sequestratori ascoltino gli appelli diffusi dalle radio e dalle televisioni di Tobruk in cui si raccomanda un po' di attenzione per la difficile condizione di salute di quell'italiano. A Martelliago in provincia di Venezia, cittadina d'origine di Gianluca, gli sforzi per tirarlo fuori dai guai sono affidati a Marco Stradotto conosciuto in provincia per il suo incarico di segretario provinciale del Partito Democratico. Stradotto, buon amico di Gianluca nonostante gli opposti orientamenti politici (Salviato si definisce «di destra» sul proprio profilo Facebook) si è messo in contatto ieri con il ministro degli esteri Federica Mogherini.
«Mi piaceva parlare con lui, lo facevamo soprattutto in rete visto che era spesso lontano… ed erano sempre chiacchierate molto lunghe e articolate” - raccontava ieri Stradiotto ricordando le interminabili discussioni di politica su Facebook. Cristina, la sorella di Gianluca rimasta ad attenderlo nella casa di Martellago ricorda invece la frase scherzosa battuta sul tastiera di Facebook il 7 gennaio scorso «Guarda che chiamo i libici e gli dico di girare i kalashnikov sulla tua cameretta». Lei scherzava. I banditi di Tobruk son andati a prenderselo per davvero.