Pd, fuoco amico su Zanonato E Renzi riscrive l'agenda Letta

RomaIn una giornata in cui la tensione tra il Pd e Palazzo Chigi è tornata ai livelli di guardia, è arrivato il fragoroso ceffone di Debora Serracchiani al titolare dello Sviluppo economico Flavio Zanonato ad inasprire ulteriormente il clima.
«Nella gestione della crisi Electrolux il ministro Zanonato ha dimostrato di non avere l'equilibrio necessario per ricoprire il suo delicato incarico: dovrebbe dimettersi», parte a testa bassa la governatrice del Friuli Venezia Giulia (dove ha sede uno degli stabilimenti a rischio), esponente di punta della segreteria di Matteo Renzi. L'accusa? «Ha preferito saltare tutti i livelli di mediazione, inclusi quelli istituzionali, credendo di risolvere la crisi buttando a mare lo stabilimento di Porcia. Per noi è inaccettabile». Il ministro replica via Twitter, accusando a sua volta la presidente della Regione di non aver capito: «Ho detto il contrario di quanto ha inteso la Serracchiani. Le polemiche sono dannose». In suo sostegno insorge un gruppo di parlamentari bersaniani (come Zanonato) del Pd, che denunciano una «aggressione incomprensibile e da respingere» da parte della Serracchiani, e insinuano che la sua richiesta di dimissioni sia «strumentale, con altri fini rispetto a quelli dichiarati». Insomma, che si tratti di un assalto renziano alla poltrona, già in bilico, del ministro indicato da Bersani, in vista del probabile rimpasto. Gli uomini del segretario, in verità, si dissociano con qualche impazienza dalla governatrice: «È un'iniziativa tutta sua, di cui francamente neanche noi capiamo le ragioni», assicura uno di loro. Un altro, più brutale, taglia corto: «Ha sbroccato». La Serracchiani stessa dice di aver sollevato un allarme in quanto presidente di regione, «non c'entrano nulla partiti o correnti».
Ma il caso Zanonato è solo un sintomo di una più diffusa turbolenza. Perché ieri Enrico Letta ha dovuto incassare un altro stop da parte di Matteo Renzi. Il premier aveva fatto trapelare di essere pronto a varare entro il weekend il famoso «Impegno 2014», il rinnovato patto di governo, per rilanciare il suo esecutivo. Assicurava di aver «fatto molti passi avanti», di aver praticamente steso il testo e di voler chiudere «venerdì, massimo sabato» con la firma dei segretari della maggioranza, per poi partire rinfrancato per il vertice europeo del 29 gennaio. L'unica firma che conta, però, ossia quella di Renzi, non c'è. E per ora non ci sarà: il segretario Pd ha mandato a dire al premier che i contenuti del nuovo programma (Jobs act, istruzione, ius soli, unioni civili) devono passare al vaglio della Direzione Pd, fissata alla fine della prossima settimana. Insomma, di patti e annessi rimpasti (da cui Renzi si tiene fuori) si parlerà a febbraio. Anche perché Renzi non vuol mollare la presa sul governo se prima non si chiude sulla legge elettorale, la cui strada alla Camera (tra veti dei piccoli partiti e fronda della minoranza Pd) appare tutta in salita. «Se non passano le riforme la legislatura è a rischio», ha detto Renzi e ripetono i suoi. «Non approvarle sarebbe un suicidio per tutti», avverte Simona Bonafè.
Tra Palazzo Chigi e il Pd è braccio di ferro. «Il governo è pronto, ha già l'agenda e Letta vuole imprimere la massima discontinuità possibile alla squadra - dice il lettiano Francesco Russo -, i problemi stanno tutti nei partiti, e nel Pd in primo luogo. L'iter della legge elettorale si sta già imbrogliando, e Berlusconi gioca a riaprire la partita. Alla fine il più bravo a fare movimento è lui». Ricompare anche Massimo D'Alema, che avverte Renzi: «Bene le riforme, ma in un sistema democratico il Parlamento è libero di decidere».