Il Pd prepara la rivolta: abbandonare Bersani per non lasciare Monti

Partito spaccato: almeno metà dei parlamentari pronti ad andare contro il segretario pur di sostenere il premier

Roma - Il «papa straniero» è già in campo, e il primo a saperlo è Pier Luigi Bersani. E il segretario Pd sa anche che più o meno metà dei suoi parlamentari, alla Camera e ancor più al Senato, è pronta a sostenerlo anche contro il leader del partito.
Il papa straniero, in verità, è già insediato a Palazzo Chigi, e sono in sempre più quelli che nel Pd stanno venendo allo scoperto per indicarlo come premier anche per la prossima legislatura. Perché Mario Monti non può essere «trattato come fosse un Badoglio», come dice Paolo Gentiloni, una necessaria ma breve emergenza dopo la dittatura berlusconiana, per poi tornare allo status quo. No: il Cln, per un’ala sempre più consistente ed esplicita del Pd, deve rinsaldarsi anche dopo il 2013, attorno a un Monti che «nella nostra base è popolarissimo», sottolinea Franceschini. Per evitare che il Pd vada alle prossime elezioni politiche con l’alleanza di Vasto, insieme a Di Pietro e Vendola e su un asse politico neo-laburista, «regalando Monti», come dice Veltroni, a centrodestra e Terzo polo.
Dietro lo scontro sulla riforma del lavoro, che ieri ha visto un nuovo botta e risposta tra Fornero e Bersani, ci sono in ballo due ipotesi opposte e inconciliabili sul futuro del Pd, che nei sondaggi continua ad essere il primo partito italiano, e che si aspetta una grande affermazione dalle amministrative della prossima primavera. Un successo che, secondo l’ala «sinistra» dei bersaniani, il segretario dovrebbe usare come grimaldello per andare ad un congresso anticipato, vincerlo ed imporre la propria candidatura a premier nel 2013. Sventando anche quella riforma elettorale neo-proporzionale che annienterebbe il bipolarismo e aprirebbe la strada alla Grosse Koalition Pd-Pdl-Terzo polo. Solo che nel frattempo la situazione interna rischia di diventare ingovernabile. Da un lato Fassina, Orfini, Damiano che vogliono andare in piazza con la Fiom (e contro il governo); Andrea Orlando che accusa Monti di essere «troppo magnanimo con Berlusconi» e che ribadisce: «In assenza di un accordo coi sindacati il Pd valuterà come votare», ossia potrebbe anche astenersi o addirittura votare contro la riforma del lavoro; la Bindi che inveisce contro la «grande coalizione», perché «un anno e mezzo di Monti basta e avanza». Dall’altra l’ala filo-Monti (e Cln), da Veltroni a Letta agli ex Ppi a Franceschini, che alza il vessillo dell’appoggio al governo e alle sue riforme, costi quel che costi. «Se sul mercato del lavoro le posizioni del Pd saranno subordinate a quelle di un sindacato io terrò le mani libere e voterò secondo coscienza», annuncia Roberto Giachetti. E Bersani sa che come il segretario del gruppo parlamentare sarebbero pronti a fare almeno un’ottantina di deputati: troppi per rischiare, l’ammutinamento potrebbe tradursi in una vera e propria scissione. Anche per questo, per frenare la polemica interna, ieri sera Bersani ha evitato di rispondere per le rime alla Fornero che lo sfidava, e la stessa ministra ha più tardi precisato che non intendeva sfidare il Pd a non votare.