Un pentito si «pente»: «Ritratto, io manipolato dai magistrati»Reggio Calabria, bufera sulla Procura antimafia

Reggio Calabria «Sono stato manipolato dai magistrati, niente di quello che ho detto è vero. Adesso sparisco, non mi troverete mai». Uno dei pochissimi pentiti di 'ndrangheta, Antonino Lo Giudice, è sparito da 48 ore lasciando dietro di sé un memoriale esplosivo che rischia di trascinare nella polvere mezza Procura antimafia. Nel frullatore ci sono anche agenti dei servizi segreti, ufficiali dei carabinieri e spioni pronti a vendersi al miglior offerente. Tutto è iniziato con l'attentato alla Procura generale di Reggio Calabria nel 2010: il linguaggio delle bombe è sempre difficile da esplorare, soprattutto se il pentito che ora si è «pentito» si era autoaccusato di tutti gli attentati ai magistrati antimafia, come al Pg Salvatore Di Landro (che non gli ha mai creduto)cui è scoppiata una bomba sotto casa, o come l'ex procuratore capo Giuseppe Pignatore (oggi procuratore capo a Roma) cui era diretto un bazooka ritrovato a poche centinaia di metri dagli uffici del Cedir che ospitano Procura e Dda mentre alcune piste portavano in tutt'altra direzione. Lo Giudice, che nel memoriale si «vanta» dell'amicizia con due magistrati in prima linea nella lotta alla 'ndrangheta come Francesco Mollace e Alberto Cisterna (che per colpa di questi sussurri è stato trasferito sebbene si sia sempre proclamato innocente e che lunedì scorso è stato sentito a Palermo sulla trattativa Stato-mafia), se la prende con la cricca di magistrati che lo avrebbero costretto a dire il falso. «A Reggio c'erano due tronconi di magistrati che si lottavano tra di loro facendo scempio degli amici di una delle due parti» è l'accusa di Lo Giudice, che punta il dito contro tre pm (lo stesso Pignatone, Ronchi, Prestipino e il dirigente della Mobile Renato Cortese) e sfida lo stesso Di Landro: «Perché sta zitto? Perché assiste alla “strage degli innocenti” sapendo che io non c'entro?».