Dopo le polemiche, le promesse: «A settembre 5 giorni di sfilate»

Milano«Non voglio fare nomi ma dire semplicemente che i personaggi che hanno tuonato in questi giorni dalle pagine dei giornali non credo abbiano la capacità di portare avanti il made in Italy» diceva ieri Saverio Moschillo, vicepresidente della Camera nazionale della moda, facendo pensare all’imprenditore Diego Della Valle. Ma incalzato dal nostro giornale, ha precisato: «Pur rispettando e stimando Diego Della Valle, non capisco perché si sia inserito in questa querelle non avendo alcuna esperienza né in fatto di sfilate né in fatto di ordinamento giuridico che regola le attività della Camera della moda. Che peraltro ha fatto tantissime cose buone. Ora che il palazzo traballa, più che di discussioni, c’è bisogno d’iniezioni di cemento armato nelle fondamenta. Dobbiamo sederci intorno a un tavolo e pianificare con i grandi stilisti il futuro».
La denuncia del patron della Tod’s ha avuto invece il merito di squarciare il velo dell’ipocrisia che da anni copre il sistema delle sfilate milanesi: individualismo degli stilisti da una parte, impotenza delle istituzioni dall’altra. Fino a quando i profitti correvano, le storture del calendario - prima e ultima giornata debolissime, parte centrale funestata da sovrapposizioni ed eccessiva concentrazione - rimanevano una bega fra Camera, stilisti, maison e tutt’al più giornalisti. Oggi che con la crisi il giocattolo s’è rotto, si guarda senza simpatia a un industriale che ha sollevato la questione: non siamo capaci di far sistema. D’altronde da anni una griffe come Dolce & Gabbana non compare nel calendario ufficiale in aperta polemica con l’organizzazione dello stesso, da anni la signora Wintour, direttore di Vogue America, chiede di spostare le sfilate, e da anni la risposta è un fuggi fuggi per stare, soffocati e contenti, in tre-quattro giornate, da anni viene messa a nudo la debolezza del sistema senza che qualcuno muova un dito. Ora, a una settimana dall’inizio di Milano moda donna, si getta acqua sul fuoco e si parla di settembre. Resta confermato un programma che dal 24 febbraio al 1° marzo prevede 87 sfilate per 78 marchi e 87 presentazioni, con una concentrazione infernale da venerdì a domenica, una giornata decente, il giovedì grazie allo spostamento di Prada e Fendi, e due giorni, apertura e chiusura, deboli. «Siamo decisi a ripartire, a settembre, con un programma che contempli sette giorni di sfilate con almeno cinque in cui due o tre nomi importanti facciano da ossatura. Ma ci vorrà un conclave fra il nostro consiglio direttivo e i decisori delle maison», diceva Mario Boselli, presidente della Camera.
Accantonare le polemiche per ripartire dai fatti, spronava l’assessore alla moda Giovanni Terzi. «Milano deve molto agli stilisti e sono convinto che lo saprà dimostrare, ma dobbiamo fare squadra». Il male oscuro del comparto produttivo che rappresenta il 4 per cento del nostro pil, resta tuttavia l’antico vizio di alcuni suoi protagonisti: l’individualismo. Inutile dire che il sistema francese, avvantaggiato dalla presenza di due gruppi dominanti, Lvmh e Pinault-Printemps-Redoute, insieme a nomi come Chanel e Hermès, non si è mai lasciato condizionare e continua a stilare un calendario di otto giorni tutti importanti. Cosa manca al made in Italy? La consapevolezza che il bene di tutti è il bene di ognuno, siano essi affermati designer o giovani stilisti. E se un grande come Giorgio Armani si chiede se la sfilata abbia ancora un senso, bisogna avere il coraggio di rispondere che il suo clamoroso successo dimostra come il défilé non sia sostituibile. Sarebbe piuttosto il caso di pensare nuove strategie per rafforzare la straordinaria capacità di comunicazione di un evento che in mezz’ora definisce i nuovi canoni dell’eleganza contemporanea.