Porzioni ridotte e zero avanzi La crisi svuota pure il carrello

Fanno spesa al discount, evitano il più possibile gli sprechi, in qualche caso sono disposti a chiudere un occhio sulla data di scadenza di un prodotto pur di non gettarlo via. Sono gli Italiani ai tempi della crisi, quegli eroi col carrello costretti a mettere insieme il pranzo con la cena (brutto vizio, questo) pur avendo sempre meno soldi in tasca. Sono il popolo con il tovagliolo al collo fotografato da un'indagine della Doxa commissionata da Federalimentare, la confindustria delle aziende alimentari italiane, e presentata ieri a Cibus, la più grande fiera italiana dedicata al Made in Italy a tavola, la cui diciassettesima edizione si è aperta ieri alla fiera di Parma e andrà avanti fino a giovedì.
Sette italiani su dieci ammettono di aver diminuito la spesa alimentare. Tra le strategie poste in atto per risparmiare dagli italiani che spingono un carrello sempre più leggero, c'è innanzitutto la lotta agli sprechi: il 37 per cento del campione cerca di non buttare nulla, mentre il 34 fa la spesa meno spesso e segue le offerte e il 22 ha cambiato abitudini, riempiendo la dispensa con prodotti acquistati in discount e farmer market. Più drastico quel 17 per cento di nostri connazionale che ha trovato la ricetta anticrisi nella riduzione delle dosi, quel 15 per cento che rinuncia ai prodotti tipici, considerati più cari degli altri, e quel 13 che ha riscoperto il piacere delle ricette più semplici. Ma a far notizia e anche un po' tristezza è quell'italiano su venti che ammette di non badare troppo alla data di scadenza di un prodotto: insomma, giorno più giorno meno quella scatoletta si mangia lo stesso, magari turandosi un po' il naso.
Una disperazione che fa a pugni con la sempre maggiore consapevolezza che esibisce l'italiano che fa la spesa, consumatore ormai più che maturo. Il 91 per cento dichiara di leggere le etichette al momento dell'acquisto, il 73 le «ripassa» prima del consumo, e il 45 per cento guarda principalmente proprio alla data di scadenza, mentre meno importanti sembrano informazioni come ingredienti e luogo di produzione. Gli italiani mostrano di apprezzare ed essere orgogliosi del Made in Italy commestibile. Il 57 % di noi crede che sia il settore manifatturiero che meglio ci rappresenta, il 54 per cento che sia il settore più «green», il 71 per cento si fida dei prodotti alimentari industriali che acquista e porta in tavola.
Numeri incoraggianti per un settore che risente meno di altri della crisi, anche se qualche segno meno c'è. L'industria alimentare italiana nel 2013 ha fatturato 123 miliardi a fronte di 207 miliardi di consumi alimentari, con un aumento dell'1,5 per cento sostenuto essenzialmente da un export potente che fa da controcanto a un consumo alimentare interno che scende di 4 punti. A far comprendere come l'agroalimentare vada in direzione contraria rispetto al resto dell'industria italiana, basti il fatto che negli ultimi dieci anni la produzione alimentare è aumentata dell'8,6% mentre il settore manufatturiero ha perso il 22%. E l'export alimentare italiano nello stesso periodo ha viaggiato a una velocità quasi doppia rispetto al dato generale: +85,8 contro +46,1. Sorrisi comunque stiracchiati. «Non c'è tempo da perdere, in assenza di interventi rischiamo di perdere anche il traino che il nostro comparto ha continuato ad assicurare all'idea del Made in Italy sui mercati esteri», l'allarme di Filippo Ferrua Magliani, presidente di Federalimentare. Insomma, l'industria alimentare ha ancora le potenzialità per fare da locomotiva dell'economia italiana, «ma - avverte Ferrua - serve una politica attenta a sostenerne lo sviluppo, piuttosto che ad aggiungere tasse e burocrazia». Da questo punto di vista è utile anche il bonus renziano di 80 euro. Magari non basterà a finanziare la spesa di una famiglia per due settimane, come pensa qualcuno del Pd, ma qualche massaia potrà buttare via quel pacco di rigatoni scaduto a marzo.