Dal governo 400 milioni: Lombardo evita il default

Vertice Monti-Napolitano per sbloccare i trasferimenti. Il governatorea Confindustria: "Vadano a morire ammazzati"

Roma - «Andremo avanti per difendere gli interessi siciliani se Dio lo vorrà», scriveva su twitter Raffaele Lombardo prima di andare a dormire. Ieri mattina il suo nome era in prima pagina su tutti i giornali. Mario Monti gli chiede di lasciare via lettera, con l'avvertimento che il governo potrebbe intervenire se non lo farà. Il caso Sicilia, con il rischio fallimento, è stato al centro dei colloqui avuti ieri da Monti stesso con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale. Il premier ha tracciato una serie di scenari: dal commissariamento, al «tutoraggio» finanziario. Da ambienti governativi si precisa che non c'è un rischio default per la Sicilia, ma un problema di liquidità, ed è stato «risolto con trasferimenti per 400 milioni di euro già programmati».
Il governatore è comunque all'angolo, e in conferenza stampa a Palazzo D'Orleans ha esordito con un colpo di scena: «Martedì prossimo nell'incontro con il premier Monti gli dirò che mi dimetterò, ammesso che non mi sia già dimesso il 24 mattino». Ammesso che non si dimetta immediatamente: «Chissà, magari mi posso dimettere anche domani - ha azzardato - non consentirò a nessuno che si rinviino le elezioni in Sicilia».
La girandola delle dimissioni era partita dopo l'ultima notizia giudiziaria che lo riguarda: il gip di Catania ha disposto a fine marzo l'imputazione coatta del governatore con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Da allora, una raffica di nomine, più di cento, in attesa dell'addio.
Ieri Lombardo si è difeso a suo modo, testa bassa, con un eccesso di «livore», sottolinea il coordinatore dell'Udc in Sicilia, Giancarlo D'Alia: sui giornali, ha accusato il governatore, «sono state dette molte menzogne e una massa di equivoci sulla Sicilia. Ma io per questo motivo li denuncerò». Tra le querele anticipate c'è anche quella contro il Giornale.
Il fondatore dell'Mpa ha portato un contrattacco furioso e una lista lunghissima di cifre, per dire che la Sicilia ha «un rapporto debito-Pil di circa il 6%. Lo Stato invece ha un rapporto del 120%. Chi è in default?». La Sicilia sta «avanti al Piemonte» e tre agenzie di rating «ci hanno attribuito un Baa2, come Milano e il Veneto. Non comprendo questo accanimento e mi sorprende che non abbia avuto la solidarietà di Cota e Zaia».
Ironico e imbufalito fino alla minaccia anche quando parla del suo grande accusatore: «C'è qualche «pseudo-industriale secondo cui io dovrei licenziare cinquantamila persone, ma non lo farò mai. Piuttosto questo pseudo-industriale vada a morire ammazzato».
Il riferimento implicito è al vicepresidente di Confindustria Ivan Lo Bello, che nei giorni scorsi aveva parlato appunto dell'allarme fallimento. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando stuzzica il Pd: «Cosa fa Pier Luigi Bersani mentre Lombardo minaccia Lo Bello?».
Lombardo ha poi definito «anomala» la richiesta di Monti, ma gli scriverà una lettera e lo vedrà a Roma martedì: «Per prima cosa dirò che sono false le notizie secondo cui la Regione siciliana è a rischio default. La manovra in corso, che può essere considerata un colpo di Stato, mette sotto i piedi l'autonomia e la Costituzione. Tutto il resto è un grande polverone deliberatamente creato».
Quello della Sicilia non è fallimento ma soltanto «una condizione di difficoltà di cassa». E «perché lo Stato piuttosto non comincia a restituire il miliardo di euro che deve alla Sicilia?». E via con l'elenco delle «eccellenze»: «non è vera» l'assunzione di 30mila forestali, sono state ridotte «le partecipate, i dipartimenti». E la mafia? «Se ne parlerà nel processo, il mio governo non ha eguali nella capacità di aver toccato gli interessi mafiosi». Il partito di Fini continua a difendere il governatore: «Il rischio di default in Sicilia è un “bluff”», dice il vicecapogruppo alla Camera Carmelo Briguglio. C'è chi fa «indebite pressioni» sul presidente del Consiglio per arrivare «a una sorta di golpe istituzionale». Napolitano dovrà essere «garante del rispetto delle regole».