Pressione fiscale record: le tasse volano al 52% E ora arriva la stangata

L'allarme dell'Istat: con i tecnici, italiani tartassati come non mai. A maggio la Tares, poi l'aumento dell'Iva e lo spettro maxi Irpef

Schiavi delle tasse, ormai versiamo allo Stato oltre la metà di quello che produciamo: non succedeva dal 1990, dicono le rilevazioni Istat. Cioè da quando sono iniziate le serie storiche: in altri termini, quella del governo Monti è una rapacità che non ha precedenti, se non forse la tassa sul macinato, d'infausta memoria. Oggi sostituita, nel ruolo di gabella per eccellenza, dall'Imu: la pressione fiscale infatti ha toccato il picco del 52% rispetto al Pil proprio nell'ultimo trimestre del 2012, quando metà degli italiani era alle prese con il saldo finale dell'imposta sulla casa. Da qui l'aumento record - 1,5 punti percentuali rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente - ciliegina su una torta comunque più che indigesta: per tutto il 2012, infatti, la pressione fiscale è stata al 44%, cioè 1,4 punti in più rispetto all'anno prima, rileva ancora l'Istat. Oltre all'Imu, infatti, hanno pesato altri aumenti, da Irpef e relative addizionali alle accise sui carburanti. E quest'anno la pressione fiscale aumenterà al 44,4%, secondo le previsioni contenute nella nota di aggiornamento del Def, il documento di economia e finanza: ad attendere i contribuenti infatti ci saranno anche - a meno di ripensamenti dell'ultima ora - l'aumento dell'Iva dal 21 al 22% e soprattutto la nuova tassa sui rifiuti, la Tares, più salata anche dell'Imu: in media 305 euro contro i 225 dell'imposta sulla prima casa. Una «mini patrimoniale», come l'ha definita il presidente dell'Anci, Graziano Delrio.
Scende in compenso il peso del deficit sul Pil: nell'ultimo trimestre - secondo il conto economico della pubblica amministrazione elaborato dall'Istat - è stato pari all'1,4%, inferiore di 1,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2011, mentre per tutto l'anno si è attestato al 2,9 per cento (-0,8%), escludendo però le operazioni sui derivati, che lo portano al 3 per cento, cioè il dato considerato dalla Ue.
Ma un fisco così esoso è incompatibile con la ripresa economica, e su questo concordano tutti i settori produttivi. Secondo Confcommercio «l'idea di passare dall'austerità alla crescita si deve tradurre in concreti e immediati provvedimenti per rimettere al centro dell'economia l'impresa, l'occupazione e il rilancio della domanda interna. E il primo passo è certamente quello di evitare il previsto aumento dell'Iva di luglio». Per Confesercenti «la priorità deve essere una decisa e rapida, sia pur graduale, diminuzione del carico fiscale. L'inversione di rotta è urgente: le risorse si trovino con un piano di tagli alla spesa pubblica che potrebbe far recuperare nel medio periodo almeno 70 miliardi di euro».
Allarme generale anche sul fronte sindacati. La Uil chiede un provvedimento d'urgenza «che riduca le tasse sul lavoro - afferma il segretario confederale Domenico Proietti - da finanziare attraverso la destinazione automatica dei proventi della lotta all'evasione fiscale». La Cgil sottolinea come la pressione fiscale sia «insostenibile per i redditi fissi, quelli da lavoro e da pensione». Per il segretario generale dell'Ugl Giovanni Centrella la pressione fiscale vola per colpa dell'eccesso di rigore.