Processi lumaca e sentenze folli Così la malagiustizia ci affonda

Milano«Vergognosa». «Inutile». «Infefficace». E soprattutto «lenta». Eccola, la giustizia italiana vista dai lettori del Giornale. È uno spaccato desolante, quello che emerge dai racconti che arrivano da giorni all'indirizzo malagiustizia@ilgiornale-web.it. Decine e decine di storie solo apparentemente minime, in realtà vicende esemplari vissute sulla pelle da cittadini - lavoratori, pensionati, imprenditori - che si sentono ostaggi di una macchina ingolfata e di un sistema incapace di dare risposte in tempi ragionevoli. Gli ultimi dati disponibili - relativi all'inaugurazione dell'ultimo anno giudiziario - non sono certo incoraggianti: per venire a capo di una causa civile in Italia ci vogliono in media sette anni (1.514 giorni fino all'appello e altri 34 mesi in Cassazione), mentre un processo penale si conclude in 1.646 giorni più 7 mesi alla Suprema corte.
E se sette anni per una sentenza definitiva sembrano tanti, per qualcuno sono solo un miraggio, il premio alla fine di un limbo estenuante, l'infinita attesa prima di uscire dal labirinto dei tribunali. C'è chi si è fermato molto prima di una sentenza, e ancora aspetta che venga fissata anche solo un'udienza in calendario. Come Gianfranco Modesti, imprenditore di Pescara che - racconta al Giornale - ha subito «un imbroglio per la vendita di un terreno con progetto approvato che poi si è rivelato non edificabile. Dal 2009 siamo alla prima udienza. Ora il giudice che se ne occupa è malato, e ho perso 120mila euro. Vergogna, questa giustizia aiuta solo i disonesti!». O ancora come Dario Romano, docente precario delle superiori, che nel 2011 fa causa al ministero dell'Istruzione, e deve attendere il maggio del 2013 per la prima udienza, si presenta in tribunale e il giudice rinvia di nuovo «l'udienza di 7 mesi, ovvero ai primi giorni di dicembre», quando - brutta, bruttissima sorpresa - il magistrato rimanda ancora il dibattimento al 21 settembre 2015. Conclusione: «Che Paese vergognoso». Peggio ancora è andata a Lucio Milella, che nel 1981 fu dichiarato «invalido al 40 per cento e iscritto nelle liste delle categorie protette», assunto dopo sei anni in una società di riscossione dei crediti, perdendo però improvvisamente lo stato di invalido civile. La sua battaglia nelle aule dei tribunali è iniziata nel 1989, e si è conclusa (o quasi) con la sentenza definitiva pronunciata dalla Cassazione il 3 maggio del 2006 che riconosceva a Milella il diritto al risarcimento. Una vicenda che è quasi conclusa, perché «da quel giorno - si legge ancora nella mail - sono in attesa di vedere compiuta giustizia con il risarcimento di un danno economico ed esistenziale, con la speranza che almeno mio figlio ne potrà avere possibili benefici».
Giustizia lenta (tanto da essere la principale causa di reclami contro l'Italia alla Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo), ma anche iniqua. C'è anche questo nelle lettere giunte al Giornale. «Nel mio caso - racconta Pietro La Rosa - per vari motivi non pago l'affitto da diversi mesi, giustamente la proprietà si è rivolta a un legale che dopo qualche settimana mi ha inviato una raccomandata, dove mi si chiede di rientrare delle somme. Dopo neppure un mese l'ufficiale giudiziario mi notifica dell'atto di sfratto e la data del 16 gennaio 2014 per la convocazione davanti al Tribunale. Quindi immagino che il prossimo mese di febbraio sarò per strada con la mia famiglia! Qui la giustizia è stata velocissima, chissà come mai?». E di una giustizia «forte con i deboli» parla anche Rosaria Paloscia, licenziata in tronco senza nemmeno la liquidazione. Il giudice del lavoro prima le dà ragione, poi in appello il tribunale accoglie le istanze dell'azienda. «Ma che giustizia è - si chiede Rosaria - quella che non tutela i più deboli, e si asserve ai potenti? È la giustizia italiana a cui non credo più». E come lei sono in molti.