Prodi come Zapatero: «Se vinciamo via dall’Irak»

«La guerra non è la causa del terrorismo, ma ha peggiorato la situazione»

Laura Cesaretti

da Roma

Se l’Unione vincerà le elezioni e andrà al governo «i militari italiani saranno ritirati» dall’Irak, in quanto «contingente di occupazione». Ad annunciarlo è fonte autorevole, addirittura il premier in pectore di quel futuro governo: Romano Prodi.
Il Professore lo afferma parlando a Repubblica Radio, e sulle sue parole si scatena una tempesta di reazioni: accuse di «irresponsabilità» dal centrodestra, applausi dalla sinistra dell’Unione che inneggiano al «nuovo Zapatero». Silenzio invece dai partiti principali del centrosinistra, Quercia e Margherita. E a metà pomeriggio Prodi diffonde una «precisazione», correggendo il tiro e spiegando che voleva solo dire che è «la natura della nostra missione in Irak» che deve cambiare. Solo dopo la rettifica prodiana i Ds (mentre il partito di Rutelli continuava a tacere, e a difendere il Professore dagli attacchi della maggioranza erano solo i fedelissimi di Prodi) se ne sono usciti con una cauta dichiarazione del coordinatore della segreteria, Vannino Chiti, secondo il quale le parole di Prodi «rispecchiano le battaglie condotte dal centrosinistra in Parlamento e nel Paese». La transizione che sta attraversando l'Irak, continua l’esponente della Quercia, «è un tema serio e complesso che necessita della più attenta riflessione da parte di tutte le forze politiche. Da tempo sosteniamo che la presenza di una forza militare per garantire la sicurezza di quel Paese possa avvenire solo sotto l’egida dell'Onu e con una forza militare multinazionale che coinvolga anche i Paese arabi». Nessuna citazione del «ritiro», mentre si sottolinea che i militari devono rimanere ma in altro contesto.
Il Prodi-uno, quello di Repubblica Radio, il ritiro lo aveva invece dato per certo, aggiungendo che il nostro compito dopo la fuoriuscita delle truppe «di occupazione» sarà quello di «aiutare la ricostruzione del Paese». Il Professore ha sottolineato che l'Unione, anche se con qualche «difficoltà», ha raggiunto alla fine l'intesa che ha consentito il «voto unanime contro la missione in Irak». Certo, ha aggiunto «avrei preferito che anche le intenzioni e le idee sulle modalità di rientro delle truppe fossero condivise da tutti», ricordando il documento sulla «exit strategy» da lui stesso redatto su pressione di Fassino e Rutelli e successivamente ritirato per non irritare l’ala pacifista della sua coalizione. Quanto alle cause del terrorismo islamico, Prodi si mostra certo: «La madre di tutte le tensioni è il conflitto israelo-palestinese», mentre «non si può dire che l’Irak sia la causa del terrorismo, ma ha peggiorato la situazione».
«Spiace che Prodi chieda oggi il ritiro delle truppe dall'Irak - commenta il leader Udc Follini -. Non è l'argomento giusto e il giorno giusto». Incalza Urso di An: «Prodi getta la maschera, parla peggio degli ultrà di sinistra, qualificando con spregio il contingente italiano come “truppe occupanti”, contraddicendo anche le risoluzioni dell'Onu». Il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, parla di «irresponsabilità senza limiti» di Prodi: «Definire occupanti le truppe italiane in Irak significa usare la stessa fraseologia dei gruppi italiani e internazionali più estremi e giocare con il fuoco». Ma anche da Clemente Mastella, leader dell’Udeur ed esponente dell’Unione, arriva una secca presa di distanza: «Mi presento alle primarie proprio in contrapposizione al radicalismo in cui rischia di muoversi il centrosinistra in politica estera e sul piano della sicurezza nazionale», fa sapere. Entusiasti invece Verdi e cossuttiani: «Giustamente oggi Prodi chiede il ritiro delle truppe di occupazione, chiamandole per l'appunto col loro nome», afferma Marco Rizzo, eurodeputato del Pdci, che applaude: «È un atto di coraggio». Il ritiro dall’Irak, dice invece il leader del Sole che ride Pecoraro Scanio, «primo punto del programma ecopacifista dei Verdi ed è importante e molto positivo che Prodi concordi. Le primarie rafforzeranno questa scelta: sarà un ritiro senza se e senza ma». Mentre Fausto Bertinotti si limita a sottolineare che è stato Prodi a sposare la sua linea, a caccia di consensi pacifisti: «Il movimento per la pace ottiene un riconoscimento importante con l'affermazione del ritiro delle truppe italiane come elemento qualificante del programma di politica estera dell'Unione». A sera, tocca ad Arturo Parisi tentare di dare un’interpretazione autentica del Prodi-pensiero, spiegando che la guerra irachena ha «alimentato il terrorismo» e che dunque se si persegue la «sicurezza» occorre «isolare il terrorismo dal suo entroterra».