Pronti al solito ergastolo senza prove?

Questa mattina, salvo intoppi imprevedibili, comincia a Brescia il processo d'appello a carico di Maurizio Iori, 52 anni, medico, già primario oculista all'ospedale di Crema, accusato di aver ucciso l'ex amante, Claudia Ornesi, e la figlia Livia di 24 mesi. La storia (non lo definisco delitto e spiegherò perché) risale al 21 luglio 2011, quando Iori, approfittando della circostanza che la moglie legittima (...)

(...) si trova in vacanza, si reca a cena nell'abitazione di Claudia, alla quale presumibilmente comunica di essere sposato, notizia che deve aver sconvolto la signora per ovvi motivi. Come quasi tutte le donne, anche costei forse aspirava a unirsi in matrimonio con il padre della propria creatura.
Ma questa è una congettura. Iori prima d'incontrarsi con la signora Ornesi acquista in un negozio tre bombolette di gas, quelle usate nei campeggi, e gliele consegna. Le serviranno per le prossime vacanze programmate. Ciò che accade nell'appartamento quella sera non è dato sapere con certezza. Secondo il medico, nulla di particolare. Lui afferma di non aver notato atteggiamenti strani della donna. Sta di fatto che, il giorno seguente, il padre di Claudia entra nel quartierino utilizzando una delle tre chiavi esistenti (nessuna in possesso di Iori). Davanti ai suoi occhi atterriti ci sono due cadaveri: quello di Claudia e quello di Livia. Vi risparmio la descrizione del suo strazio.
Scattano le indagini di rito. Il primo a essere interrogato è l'oculista, la cui relazione con la povera Ornesi non era segreta, come non era segreto il fatto che fosse finita. Incalzato dagli investigatori con domande pressanti, costui mente: nega di aver cenato in casa dell'ex amante e di aver comprato le citate bombolette. E qui commette un errore pazzesco, perché Claudia aveva informato i propri genitori che avrebbe ospitato, esattamente quella sera, il medico. Da questo momento, accertata la bugia, gli inquirenti sospettano - e non cambiano più idea - che Maurizio Iori non sia estraneo alla morte delle due, madre e bimba.
Meno di tre mesi più tardi, il 14 ottobre, egli viene arrestato e dalla galera non uscirà più. In primo grado è stato condannato all'ergastolo col favore dell'opinione pubblica convinta che si tratti di un bieco assassino. La sentenza consta di 97 pagine da cui si evincono - sia detto con rispetto per chi le ha scritte - alcune nette contraddizioni. Procediamo per gradi. Stando alle carte, Iori avrebbe costretto Claudia e la figlia a ingerire la bellezza di 95 pastiglie di Xanax che, unitamente al gas sprigionato dalle bombolette, le avrebbero stroncate.
Domanda elementare: come si fa a obbligare una donna adulta e una creatura a inghiottire controvoglia una montagna di pillole letali? Simile ipotesi appare fantasiosa. Anche perché, dall'esame scientifico effettuato sui blister del farmaco, si è verificata l'assenza d'impronte del medico. Si deduce che non è stato lui a ficcare le pasticche in bocca alle vittime con la forza. Mi sembra più saggio pensare a un suicidio.
In ogni caso non c'è la prova che sia stato il primario a maneggiare le pillole. Anzi, c'è la prova contraria. L'accusa ha insistito sul movente, affermando che Iori aveva interesse a sopprimere Claudia affinché non si sapesse in giro che da lei aveva avuto una figlioletta. Non è così per il semplice fatto che il medico aveva riconosciuto l'erede: il proprio cognome figurava addirittura sulla targhetta apposta sulla porta d'ingresso della casa in cui s'è consumata la tragedia. Non solo. La moglie di Iori era al corrente che lui era il padre della piccola Livia partorita dalla rivale in amore. Nessun mistero da custodire.
Rimane da capire come mai, nel primo interrogatorio, il presunto omicida sia ricorso alla menzogna: «Non ho cenato da Claudia e non sono stato io a recuperare le tre bombolette di butan». Lui stesso poi si è giustificato: non avevo detto alla mia consorte dell'intenzione di trascorrere la serata con la mia ex amante, e non desideravo che si scoprisse la verità. Chi non ha mai mentito alla moglie per eccesso d'illegittima difesa, alzi la mano. Detto ciò, ho la sensazione che la cattiva fama del dottore (il solito dongiovanni di provincia circondato da donne che gli cascano ai piedi perché è una persona importante, addirittura un primario, per giunta belloccio) abbia inciso parecchio sul suo destino d'imputato. Tant'è che si è beccato l'ergastolo.
Il carcere a vita inflitto senza prove non è un mirabile esempio di giustizia giusta. Ci auguriamo che i giudici di appello di Brescia approfondiscano la questione in punta di diritto, evitando di farsi coinvolgere dall'emotività che, invece, a Crema suppongo sia stata decisiva per irrogare la pena peggiore: la morte civile.

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