La proposta prevalse anche nella Bicamerale di D'Alema

RomaProfessor Michele Ainis, in questi giorni il dibattito sul presidenzialismo ruota intorno allo scontro politico. Ma quali vantaggi potrebbe effettivamente portare al Paese?
«Da osservatore ho notato che quando questa proposta è stata ripresentata nessuno ha gridato all'esorcista. Da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra non c'è stata una reazione di rigetto totale, non foss'altro per il ricordo della Bicamerale di D'Alema, quando, sia pure in modo accidentale, con il voto dei deputati della Lega, tra i modelli prevalse il semipresidenzialismo. Questo mi sembra un modo laico di misurarsi con la questione delle riforme. Comunque alla Camera non penso ci siano i numeri per approvarlo».
Quali sarebbero, in concreto, i vantaggi per i cittadini che porterebbe l'elezione diretta del capo dello Stato?
«Il vantaggio sarebbe un orizzonte politico stabile per un periodo di tempo ragionevole. Questo può consentire azioni politiche più efficaci, perché uno dei problemi di cui ha sempre sofferto la classe politica italiana è il pensare al giorno dopo e non a quello dopo ancora. La vista corta».
Sarebbe quindi uno strumento per uscire dalla crisi?
«Non mi rifiuto affatto di ragionare sull'introduzione di questa forma di governo, sapendo che ad alcune cose rinunci, altre le guadagni. Ma temo che in questa legislatura non sia possibile. Le riforme istituzionali si devono fare a inizio legislatura, non alla fine, perché tutti pensano alla campagna elettorale e a tirare uno sgambetto all'avversario».
I tempi sarebbero lunghi?
«Il dibattito culturale lo abbiamo già fatto da tempo, non c'è da scoprire più nulla. È semmai un dibattito politico. Nella prossima legislatura ci sarà uno scenario politico credo abbastanza diverso, anche con nuovi soggetti politici, per cui potrebbero non esserci certi muri e certi rancori, con una possibile intesa. Il presidente della Repubblica sarebbe appena eletto (nel 2013, ndr), e con questo cambiamento dovrebbe dimettersi».
Sarebbe quindi un presidente in prestito?
«Questo potrebbe creare un imbarazzo, ma non insuperabile. Anche Monti è prestato a rendere servizio al Paese. Potrebbe esserci una personale disponibilità di un uomo o di una donna a fare un passo indietro».
È meglio comunque il semipresidenzialismo del presidenzialismo puro?
«Meglio moduli che non puntino troppo sull'uomo solo al comando. Più di altri Paesi, l'Italia ha bisogno di un sistema con poteri e contropoteri, compensazioni e bilanciamenti per evitare che succeda ciò che è successo negli anni Venti. Il costo di una riforma del genere sarebbe quello di avere un presidente che governa, ma di rinunciare a una figura di garanzia. Senza un presidente della Repubblica autorevole e distante dal gioco politico e quindi credibile come arbitro, saremmo riusciti a formare un governo di unità nazionale? E senza governo di unità in quali guai peggiori di quelli in cui ci troviamo ci troveremmo?».
Più governabilità deve essere affiancata da quali controbilanciamenti?
«Avremmo bisogno contestualmente di rafforzare il potere legislativo. La vera tragedia democratica è che il Parlamento è sempre più moribondo, ha perso capacità di decisione. Dovremmo rafforzare il ruolo della Corte costituzionale, e rafforzare gli strumenti di controllo dei cittadini, con un'iniezione di democrazia diretta: referendum e forse anche una possibilità di revoca anticipata».