«Ma quali fondi neri Non ci sono le prove per condannare il Cav»

Milano«Sui soldi ci sono le impronte digitali di Berlusconi», aveva tuonato nel giugno scorso il pubblico ministero Fabio De Pasquale, al climax della sua requisitoria nel processo per i diritti tv, chiedendo per il Cavaliere tre anni e otto mesi di carcere. Macché, gli ribattono ieri i legali di Silvio Berlusconi: non ci sono le impronte, anzi, non ci sono nemmeno i soldi. Non ci sono i soldi, dicono Ghedini e Longo, perché non è vero che i costi dei film da trasmettere sulle reti Fininvest siano stati gonfiati per produrre fondi neri. E non ci sono comunque le impronte di Berlusconi, perché all'epoca cui si riferiscono i fatti, alla fine degli anni Novanta, Silvio Berlusconi aveva smesso da un pezzo di occuparsi degli affari di Fininvest e di Mediaset, essendo impegnato in politica a tempo pieno a partire dal 1994.
Assoluzione con formula piena «perché il fatto non sussiste», chiedono Ghedini e Longo ai giudici della prima sezione penale. Oppure, se il tribunale dovesse convincersi che qualcosa di illecito effettivamente avvenne, assoluzione «per non avere commesso il fatto».
Piero Longo, in particolare, lavora ai fianchi la tesi del pm Fabio De Pasquale, secondo cui «fino al 1998 Berlusconi è rimasto al vertice della catena di comando della gestione dei diritti e anche negli anni successivi é rimasto la figura di riferimento». Per questo, sostiene il baffuto pm, Berlusconi è colpevole di frode fiscale (l'accusa di appropriazione indebita si è dissolta strada facendo). «Chi ha detto - aveva chiesto retoricamente il pm nella sua requisitoria - che, dopo la discesa in politica, Berlusconi ha smesso di seguire i suoi affari? Questa affermazione fa a pugni con tutto quello che leggiamo sui giornali».
Ma questo modo di ragionare, sostiene Longo, equivale alla ben nota teoria del «non poteva non sapere». Mentre invece nulla, secondo i difensori, collega la gestione della library del Biscione a un ruolo diretto del Cavaliere: «L'accusa avrebbe dovuto indicare il comportamento fattivo dell'imputato nella commissione del reato», dice Longo, e questo - pur nelle innumerevoli udienze di un processo durato ben cinque anni - non è mai stato dimostrato.
Ora la parola passa agli avvocati degli altri imputati, tra cui Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, per il quale il pm ha chiesto tre anni e otto mesi di carcere. Ma ieri i legali di Berlusconi hanno chiesto che, anche dopo gli interventi di tutti i difensori di fiducia, il tribunale non si ritiri in camera di consiglio e non emetta la sentenza. Prima di mettere la parola «fine» al processo, sostengono Ghedini e Longo, bisogna aspettare che la Corte Costituzionale risolva lo scontro apertosi proprio in quest'aula nel marzo 2010, quando il giudice Edoardo D'Avossa respinse una richiesta di rinvio di udienza avanzata dai legali del principale imputato.
Si era nel pieno delle polemiche sui «legittimi impedimenti» di Berlusconi, allora presidente del Consiglio: e il giudice D'Avossa, che fino a quel punto si era mostrato abbastanza comprensivo verso gli impegni governativi di Berlusconi, decise di prendere di petto la faccenda. E ordinò che si tenesse tranquillamente udienza nonostante che il presidente del Consiglio fosse impegnato in una riunione del governo. Ne nacque uno scontro istituzionale, sul quale è chiamata ora a fare da arbitro la Consulta. Se dovesse accogliere le tesi del Parlamento, potrebbe ordinare la ripetizione dell'udienza saltata.