Quei figli di caduti per lo Stato che seguono le orme dei padri

Il militare morto a Nassirya, il commissario ammazzato dalla mafia, l'agente freddato dalle Br. E una scelta di vita: continuare il loro lavoro

«Non è mica vero che quelli che noi chiamiamo eroi avessero in mente chissà quali idee. Secondo me erano persone identiche a noi, con le nostre preoccupazioni, le nostre gioie. Però avevano dentro di sé dei valori che gli hanno impedito di fermarsi davanti alle difficoltà, al pericolo, alla solitudine».
C'è una storia, in Italia, che nessuno ha ancora scritto. Il tempo l'ha confinata nei ricordi delle migliaia di famiglie che l'hanno vissuta.
Alessandro Giuliano, del suo pezzo di storia, parlò pubblicamente per la prima volta nel 1995, davanti agli studenti di una scuola di Piazza Armerina, paese natìo di papà Boris. Assassinato dalla mafia nel 1979, Boris era a capo della Squadra Mobile palermitana. Alessandro dirige ora la Mobile a Milano: poliziotto il padre, poliziotto lui. E come lui tanti altri che negli anni hanno vestito una divisa in nome dei genitori, uccisi in servizio dalla mafia o dai terroristi, da banditi balordi o da incidenti stradali.
Vittime del dovere. Una legge ne tutela la memoria, i figli li riportano in vita.
È per questo che Nico Esposito è entrato in Polizia, sulle orme del padre Vittorio, perso nel 1986 dopo una sparatoria. Emanuela Stefanizzi, figlia di Fernando, carabiniere morto in un conflitto a fuoco nel 1988, ha scelto l'Arma. Luca Calandini aveva un padre carabiniere, Michele, perìto in un incidente: è operatore tecnico nei ranghi della Polizia. «Personalmente – ricordava qualche tempo fa in un'intervista Gilda Ammaturo a proposito del padre Antonio, capo della Mobile napoletana, trucidato dai cutoliani nel 1982 – finora non ho trovato il coraggio di attraversare la piazza dove papà fu ammazzato. Ma parlarne aiuta: persone come lui dovrebbero essere da esempio alle nuove generazioni». Lei è funzionario di Prefettura: continuare il cammino spezzato è l'unica cosa da fare.
Non ci ha pensato su due volte Antonino Emanuele Schifani, a vent'anni allievo dell'Accademia delle Fiamme Gialle. Il padre Vito era uno degli agenti della scorta di Giovanni Falcone. «Papà - ha confidato ai giornalisti il giorno del giuramento - l'ho conosciuto soprattutto attraverso i racconti di mia madre. È stata lei a dirmi della sua morte con parole semplici: papà non c'è perché l'hanno portato via mentre faceva il suo lavoro. Serviva una causa».
La stessa onorata dal capitano dei carabinieri Mario D'Aleo – fulminato da Cosa Nostra nel 1983 - che ha un nipote, Marco, carabiniere e capitano, e dal generale della Benemerita Enrico Riziero Galvaligi, ucciso a Roma nel 1980 dalle Br: suo figlio Paolo è colonnello. Hanno indossato la divisa pure Angelo Petri, poliziotto, primogenito di Emanuele, sovrintendente della Polizia di Stato ammazzato dieci anni fa dai brigatisti sul treno Roma-Firenze, e Pietro Fregosi, sottotenente dell'Arma: il padre Enzo fu tra i carabinieri caduti a Nassiriya nel 2003.
Tutti spinti da una molla: quella del servizio. «Mi piace pensare che sono un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini», confessa Manfredi Borsellino, secondogenito del giudice Paolo, nel libro «Era d'estate». «Oggi vorrei dire a mio padre – aggiunge – che la nostra vita è sì cambiata, dopo che ci ha lasciati, ma non nel senso che temeva: siamo rimasti gli stessi, abbiamo percorso le nostre strade senza farci largo con il nostro cognome, divenuto pesante in tutti i sensi. Caro papà, ogni sera, prima di addormentarci, ti ringraziamo per il dono più grande: il modo in cui ci hai insegnato a vivere».
La stessa strada ha provato a percorrerla Fabio Merlino, figlio disabile del maresciallo Filippo, altro martire di Nassiriya: vinto il concorso nel ruolo civile del ministero della Difesa, è stato assegnato alla Stazione Carabinieri di Viadana, nel mantovano, dove già aveva prestato servizio il genitore.
Lavorerà da casa: la caserma infatti non è accessibile alle carrozzine. Il Comune ha promesso lavori di adeguamento, ma mancano i soldi. Stanno pensando di prenderli dal fondo per il monumento da dedicare al padre di Fabio.
Perché nella terra che non conosce la storia delle vittime del dovere, la riconoscenza è merce rara: all'Italia hanno dato la vita ed i figli, ma per loro l'Italia non è in grado neppure di rimuovere quattro gradini.