Quelle vittime innocenti giù dalla finestra della follia

La rabbia gioca brutti scherzi, capita a tutti di scagliare la prima cosa che capita per le mani. Ultimamente sta succedendo qualcosa di atroce, quasi una nuova modalità di distruzione raffinata, lucida e folle, che non vuole lasciare dietro di sé alcun margine di speranza e di ripresa, come la madre di tutte le vendette: la prima cosa che capita per le mani non è più una cosa, sono i figli. I nuovi Erode litigano con il marito o con la moglie, prendono subito i bambini e li scagliano giù dal terrazzo. Il più delle volte provano a buttare anche il coniuge, la causa di tutti i dolori e di tutti i fallimenti, ma capita che l’odiato rivale riesca a mettersi disperatamente in salvo: a quel punto comunque si buttano loro stessi, in preda agli spettri della propria disperazione, assetata di fine.
A Ravenna non si sono ancora ripresi dalla tremenda bufera familiare dell’altro giorno, in una palazzina di periferia: il giovane papà nigeriano, 34 anni, macellaio con permesso di soggiorno, ha litigato per l’ennesima volta con la giovanissima moglie, 22 anni, e per trovare una via d’uscita definitiva ha gettato dal balcone il piccolino di venti mesi appena, il candore assoluto, l’innocenza ignara degli angeli. Un attimo dopo, non riuscendo ad uccidere anche la moglie, si è lanciato a sua volta, cadendo da dieci metri proprio sopra il bambino.
I casi arrivano ciclicamente dalle zone e dalle situazioni più diverse, ritagliandosi uno spazio esiguo nel marasma delle crisi globali e delle nuove angosce sociali. Eppure sono molto di più, molto peggio, di qualunque brutta notizia: non ci sono terremoti e crisi economiche, nella penosa classifica delle tragedie umane, che possano superare in orrore questi epiloghi domestici. Misteriosamente, la statistica sta diventando sempre più fitta. Come se nella farneticante ricerca di una devastazione totale, il più possibile feroce e insanabile, questa di portarsi i figli nell’aldilà sia la soluzione più efficace, la sola capace di rendere il gesto estremo veramente estremo e veramente definitivo. Il rischio che corriamo, più drammatico del dramma, è di considerarlo ormai una specie di epilogo modello: quando un uomo o una donna esplodono, seminando il panico tra i vicini di casa, sembra scontato debba finire proprio così, con gli angeli di casa che volano dalle finestre.
Una decina di giorni fa, stavolta a Brescia: stessa trama, quasi una recita a soggetto. L’agente pubblicitario in profonda crisi personale getta dalla finestra del sesto piano il bambino di quattro anni e la bimba di un anno, quindi cerca di buttare pure la moglie, ma per fortuna non ce la fa, comunque completa il suo tremendo progetto gettandosi anch’egli nel vuoto.
Non vogliono lasciarsi indietro niente. Nemmeno una remota parvenza di futuro, nemmeno per i figli: non ne vedono più per sé, non riescono ad immaginarlo per la famiglia. Buttano tutto giù dal balcone, perché la fine sia davvero fine, per tutti e per sempre…
Quando poi non c’è dell’altro, ancora più diabolicamente raffinato: perso per perso, lo sconfitto della coppia se ne va portandosi via i figli, lasciando alla persona amata e odiata l’eredità disumana di un lutto indicibile. Il crudele maestro di questa vendetta è l’ingegnere svizzero che un anno fa partì per l’ultimo viaggio, caricandosi in macchina le sue gemelle. Finì sotto un treno in Puglia, dopo aver vagato per mezza Europa.
Tutti conosciamo la storia: delle due bambine non c’è traccia. Alla moglie che non l’amava più, l’ingegnere non ha lasciato nemmeno le tombe su cui piangere. Resta soltanto un incubo tetro e continuo, un tormento che accompagnerà questa povera madre fino alla fine dei giorni. Proprio quello che sognano nella loro rabbia esaltata i papà assassini, i peggiori degli assassini.