Questa città è rimasta senza guida

E' difficile trovare nuove parole per descrivere la drammatica situazione napoletana. Le espressioni più forti e le analisi più acute sono state tutte ampiamente usate. Eppure chi non vive la torbida atmosfera di quella città ha difficoltà a comprendere sino in fondo la portata del disastro napoletano. Non siamo dinanzi al tramonto di una delle più belle città d’Italia. Siamo davanti al suo crollo civile e morale. Una Napoli peggio di Beirut e di Kabul. Il degrado delle tonnellate di rifiuti accumulati nelle strade, i raid di bande di giovinastri che rovesciano i cassonetti con tutto il loro maleodorante contenuto, i focolai di violenza, il dilagare della camorra: una città senza più regole e senza più governo alcuno. È qui che risiede il cuore del problema di Napoli.

La crisi dei rifiuti è certamente drammatica e gravida di pericoli per la salute alla vigilia dell’estate dopo il sostanziale ennesimo fallimento dell’ultimo commissario di governo, il prefetto Gianni De Gennaro, ma la crisi della classe dirigente è ancora più grande. Napoli da troppo tempo non ha più una classe dirigente capace di trovare soluzioni ai problemi, a cominciare da quello dei rifiuti e in grado di farsi riconoscere dalla popolazione come un interlocutore affidabile. A Napoli è fuggita da tempo l’intera politica e con essa la speranza dando così spazio alla violenza e al ribellismo. Nella sua storia Napoli ha affrontato emergenze di ogni tipo. Dal colera di fine Ottocento a quello, grazie a Dio più modesto, del 1973, dai bombardamenti del ’43-44 al terremoto del 1980, dalla crisi idrica al cancro della camorra per finire a quello del brigatismo rosso. In ogni emergenza, però, c’è stata sempre una classe dirigente di governo e di opposizione che ha saputo contenere i guasti superando le crisi più acute ed evitando lo sfarinamento sociale e civile della città. Si poteva, e naturalmente si può, non condividere le scelte effettuate nel lontano passato. Ciò che nessuno può dire, però, è che in quegli anni Napoli non fosse governata.

Oggi, invece, la città è smarrita, non riconosce più un solo volto a cui affidare le proprie speranze, vive alla giornata scossa e violentata dai rifiuti e dai soprusi di ogni genere, dalla insicurezza e dalla paura che gli hanno fatto perdere finanche quella tolleranza e quella generosità cantate da mille melodie conosciute in tutto il mondo. Napoli ha ultimamente eletto 32 deputati e 16 senatori. Non ce ne vogliano le singole persone ma il loro complessivo silenzio è assordante. Esso testimonia più di ogni altra cosa l’agonia di una città stretta tra le stridule proteste di un sindaco drammaticamente inadeguato come la Iervolino e un Bassolino che dopo aver distrutto la città, l’autorevolezza della Regione e l’intera classe dirigente del suo partito resta immarcescibile al suo posto di potere come un vecchio mandarino sepolto dal tempo e dai suoi fallimenti e dedito, come documentiamo oggi, a far ripulire solo la strada davanti casa sua e quella davanti al Palazzo della Regione.

Anche questo è il segno inquietante di una lunga, dolorosa agonia della città, la scomparsa cioè di qualsiasi sensibilità politica che in altre stagioni avrebbe già visto le dimissioni del sindaco e del presidente della Regione. Mercoledì prossimo Berlusconi e il suo governo si riuniranno a Napoli. La speranza è che facciano tesoro delle idee di alcuni intellettuali e delle fallimentari esperienze di tutti i commissari trovando così la soluzione per smaltire le tonnellate di rifiuti. Ciò che non troveranno, però, è una classe dirigente nelle cui mani mettere il governo della città e della Regione. E questo non è il compito di un governo ma dell’intera politica nazionale, della maggioranza come dell’opposizione.