Il razzismo alla rovescia

Vorremmo qui fare un parallelo - che a molti potrà sembrare stravagante - tra due personaggi divenuti loro malgrado protagonisti della cronaca nera: uno è l’ingegner Elvo Zornitta, friulano; l’altro è Azouz Marzouk, tunisino. Entrambi sono vittime di errori giudiziari. Il primo, Zornitta, è stato accusato di essere il famigerato Unabomber. Il secondo, Azouz Marzouk, è stato indicato quale responsabile della strage di Erba: una tragedia di cui è, invece, vittima. Tra i due casi ci sono però alcune differenze. E non piccole.
Zornitta è stato messo alla gogna - mediatica quanto si vuole, ma pur sempre gogna - dal 2004 fino all’altro giorno. Due anni e mezzo durante i quali più di un magistrato lo ha indicato come indiziato numero uno, spingendosi al punto di dire che c’erano «prove formidabili». Per capire quanto fosse ingiustificata tanta certezza da parte degli inquirenti, il lettore rifletta solo su questo fatto: nei due anni e mezzo in cui Zornitta è stato pedinato, controllato, intercettato con microspie di ogni genere, Unabomber ha compiuto quattro attentati. Possibile che il super-sorvegliato sia riuscito a sfuggire a tanti controlli, fosse anche solo per dare disposizioni a un eventuale complice? Ma la cosa più scandalosa è che è ormai dimostrato al di là di ogni dubbio che la «prova regina» - la perizia su un lamierino usato dal vero Unabomber - è stata contraffatta da qualcuno degli inquirenti al fine di incastrare Zornitta. Capite bene che qui siamo ben oltre l’errore giudiziario. Qui c’è dolo, c’è la volontà criminale di costruire una prova falsa.
Ora Zornitta sembra fuori dai guai. Ma intanto ha passato due anni e mezzo d’inferno, ed è stato pure licenziato. E poi - siccome sappiamo quant’è diffuso il gusto della maldicenza - ci sarà sempre qualcuno che lo guarderà con l’ombra del sospetto.
Ben diverso, dicevamo, il caso di Azouz Marzouk. La sua condizione di «indiziato» è durata lo spazio di una notte. Il suo nome finì sui giornali perché la sera prima, subito dopo la strage, gli inquirenti dissero che sospettavano di lui. Certo parecchi titoli dei giornali hanno gravemente danneggiato Azouz, ma già dai tg di mezzogiorno tutta Italia sapeva della sua innocenza: l’uomo era in Tunisia.
Molto diverso anche il comportamento dei due. Azouz Marzouk va in televisione a parlare di vendetta feroce, di propositi omicidi, di «legge del carcere» che deve scattare affinché si tagli la gola ai coniugi Romano. Zornitta invece non sparge semi di odio, non chiede vendetta, si affida alla giustizia.
E ancora: Azouz Marzouk si fa pagare per le interviste e le comparsate tv, e ha concesso a un’agenzia arcinota nel campo dei gossip di fotografare i funerali di sua moglie e del suo figlioletto di due anni. Ha bisogno di denaro? Può darsi. Ne ha sicuramente bisogno, però, anche Elvo Zornitta, che deve pagarsi avvocati e perizie costosissime e che è pure senza lavoro: non risulta, però, che chieda soldi.
Ora, il lettore dirà: ma che fanno quelli del Giornale, si mettono a giudicare chi è più bravo tra Zornitta e Azouz? Neanche per sogno. Non ci permetteremmo mai di giudicare le coscienze altrui. Abbiamo poi il massimo rispetto per il dolore di Azouz, che è certamente superiore a quello di Zornitta, avendo perso tutta la famiglia.
No, non vogliamo far confronti tra due persone, ma tra i diversi trattamenti che questi due casi hanno ricevuto dal cosiddetto media-system. Azouz Marzouk è diventato al tempo stesso un martire e una star (si dice che sarà arruolato per una fiction), e nessuno osa interromperlo quando annuncia sangue e vendetta. Così come nessuno - almeno nel giornalismo politically correct - solleva perplessità sul mercato dei funerali di moglie e figlio.
Perché Azouz gode di un simile trattamento? La risposta è sconveniente ma vera: perché è tunisino, e si è voluto fare di lui la vittima di un caso di razzismo inesistente. Azouz fu sospettato la prima sera non perché immigrato, ma perché conosciuto come spacciatore di droga. E a spingere all’odio gli assassini dei suoi familiari non fu un pregiudizio razziale ma semmai - come risulta dagli interrogatori - il rancore di due persone dal reddito modesto contro una famiglia (i Castagna, erbesi) più che benestante.
Eppure il più grande quotidiano italiano ha speso un editoriale per dire che Azouz è vittima di un pregiudizio razziale e che magistrati e giornali devono chiedergli scusa. Per Zornitta, invece, non è certo scattata una simile campagna di richiesta di scuse. È del Nord Est, l’ingegnere: e non serve per montare la solita autoflagellazione su quanto siamo intolleranti. Sbaglieremo, ma ci pare un caso di razzismo alla rovescia.