Renzi: «Il Pd voterà la fiducia» Intanto Epifani prepara il blitz

È una situazione un po' surreale, quella in cui si trova il Partito democratico.
Per la prima volta un suo esponente di punta sta per andare a Palazzo Chigi (i precedenti premier di centrosinistra erano antecedenti alla nascita del Pd), e nel frattempo il partito, totalmente acefalo, galleggia in un caos primordiale. Tanto che ieri è stato il sindaco di Firenze, che formalmente non ha alcuna carica, a parlare con l'autorevolezza e gli accenti di un segretario di partito, spiegando che «verrà fuori un bel governo, il presidente incaricato sta lavorando bene, ovviamente con il sostegno delle forze politiche e di Napolitano», e assicurando: «Credo che la stragrande maggioranza dei deputati del Pd voterà la fiducia, e se qualcuno non lo farà ci sono le sedi opportune per fare la discussione». Certo, se qualcuno nel Pd deciderà di votare contro la fiducia «è un problemino», ma Matteo Renzi sdrammatizza e frena i bollenti spiriti che già parlavano di espulsione: «Invito tutti i parlamentari del Pd ad ascoltare cosa Letta andrà a dire in Parlamento e poi si cercherà di capire le ragioni del dissenso. Oggi mi sembra un tantino prematuro dire “Io non lo voto comunque” e “allora io ti butto fuori”. Intanto facciamo il governo, poi vediamo».
In realtà, al di là dei pochi che fanno un gran chiasso assicurandosi visibilità (Puppato, Civati, qualche prodiano avvelenato per il «complotto» contro il loro candidato, che annunciano una raccolta firme anti governo), l'opposizione e il disagio che pure esistono contro l'alleanza con l'ex Giaguaro difficilmente si tradurranno in voti contrari alla fiducia. Verrà sì riconosciuto quello che Cesare Damiano chiama «il diritto al dissenso», ossia la libera espressione delle obiezioni, ma poi ci si atterrà alla disciplina di partito «Il governissimo è un errore e non lo dico per pregiudizio», spiega l'ex ministro del Lavoro, ma «fermo restando che, per me, il vincolo di maggioranza è assoluto e di responsabilità». Anche dal summit dei segretari regionali del partito, riuniti ieri a Roma, è arrivato un sostanziale via libera al governissimo, con la precisazione che non ci devono essere nomi «impresentabili» e che deve esser dato grande spazio a «giovani» o a «figure altamente rappresentative».
D'altronde per il Pd è questione di vita o di morte che un governo, un qualunque governo, parta: i sondaggi, che danno il partito attorno al 22% e un elettore su due in dubbio se rivotarlo, precludono assolutamente lo scenario dei elezioni anticipate. Ma la riunione dei segretari, al Nazareno, è stata una rappresentazione plastica della mancanza di guida del Pd: a presiederla sono stati chiamati il capogruppo alla Camera Speranza e il responsabile dell'Organizzazione Nico Stumpo, con Bersani che è passato per un saluto. Per lo stesso Enrico Letta diventerebbe un grosso problema guidare il governo con un partito già lacerato e in preda ad «anarchismi e feudalesimi», come ha detto Bersani alla Direzione, e per di più totalmente privo di una guida sicura. E infatti, nelle retrovie, gli ex Ds si stanno riorganizzando per prendersi il partito, visto che al governo è andato un ex Ppi. Bastava leggere tra le righe dell'Unità, ieri, per capire che il piano è quello di spingere per nominare ai primi di maggio Guglielmo Epifani, già capo della Cgil e braccio destro di Bersani, «reggente» del Pd. E, al contempo, di rimandare alle calende greche (con la scusa che c'è un governo da sostenere) il prossimo congresso, che dovrebbe tenersi ad ottobre. In modo da sbarrare la strada a Matteo Renzi. Per questo gli uomini del sindaco (e anche quelli di Letta) stanno insistendo perché Renzi entri in campo subito, sparigliando i giochi. Lui frena: «È prematuro prevedere quello che accadrà al congresso di ottobre. Mi pare che siano temi che potremo affrontare più in là». Ma, conscio del rischio, riflette sul da farsi.