Renzi vuole prendersi tutto: un nuovo Pd, poi governiamo

Roma«Caro Enrico, noi facciamo il tifo per te: vai avanti e fai le cose che servono al paese. Ma se non ci riesci, non cercare alibi in chi sta fuori dal Parlamento». L'affondo di Matteo Renzi a Enrico Letta arriva a sera dalla festa Pd di Borgo Albergati, vicino Modena, dove il sindaco di Firenze rompe il silenzio che si è autoimposto da qualche settimana, per non prestare il fianco a chi lo accusava di voler «logorare» il governo.
È un ritorno in pista che lascia poco spazio ai dubbi sulle intenzioni di Renzi: parla da leader, pronto a prendersi il partito per rivoltarlo come un calzino, e da premier in pectore, «leale» verso il governo ma spietato nell'incalzarlo, a cominciare dal «clamoroso autogol» che ha portato al rinvio dell'abolizione del finanziamento pubblico: «Io spero che faccia buone cose. Ma perché questo accada, Letta non deve usare il verbo “durare”, un riflesso neo-doroteo che serve solo a mantenersi in vita. Il governo deve “fare”, fare quelle che riforme che servono a tutti noi, e smetterla di inseguire paure e alibi».
Stavolta il discorso se lo è accuratamente preparato, misurando le parole e inviando messaggi molto chiari. La platea (affollatissima per la festa di un piccolo comune) lo acclama con entusiasmo, a Roma invece si alza la pressione a molti dirigenti Pd. Con i quali, dal segretario Epifani (accusato di «passare il tempo a pensare a come cambiare le regole delle primarie, anziché a come cambiare l'Italia») in giù, il sindaco è a dir poco liquidatorio: «Mi dicono: lascia fare a noi, poi quando ci saranno le elezioni vai tu così prendi i voti. Mi spiace ma il giochino non funziona: se io prendo i voti è perché loro non ci sono. Io la foglia di fico non la faccio: o facciamo un gruppo dirigente nuovo e cambiamo il Pd, o la foglia di fico non servirà a nulla». Conclusione: Epifani, piantala di cincischiare e «fissa la data di questo congresso». E chi (da D'Alema a Franceschini allo stesso Letta) sperava di convincerlo a desistere dalla corsa alla segreteria per lasciare il partito «ad un ex Ds», come teorizza da tempo il ministro dei Rapporti con il Parlamento, con la promessa di una futura premiership quando verrà il tempo, ha sbagliato i suoi conti. A cominciare dal povero Epifani, che ieri era sceso in campo con un'intervista insolitamente tosta, dai toni molto antiberlusconiani e assai critica verso il governo proprio per bruciare sul tempo Renzi e proporsi come leader al suo posto. A Palazzo Chigi infatti hanno preso malissimo l'intemerata di Epifani, «c'è qualcuno che pensa più a come bloccare il congresso Pd che al bene dell'Italia», dice un lettiano doc che sospetta il duo Epifani-Bersani di esser pronto a far saltare anche il governo pur di tenersi il partito e la composizione delle liste elettorali.
Certo non è tenero col governo, Renzi: a chi dice che la crisi è praticamente finita («Peccato che l'Istat abbia detto subito il contrario») spiega che «se è vero che qualche indicatore va un po' meglio, le aziende non sono mai state peggio, e i prossimi sei mesi però saranno i più difficili. La crisi finisce quando torna la speranza, e oggi non c'è». Ma ancor più duro è col Pd, vissuto finora solo di anti-berlusconismo: «Siamo stati insieme soprattutto perché di là c'era Berlusconi. Non ci siamo preoccupati di capire i valori costitutivi della nostra identità, abbiamo bruciato e mandato a casa i nostri governi». E a febbraio «abbiamo perso l'occasione per sconfiggerlo e mandarlo a casa perché non ci siamo resi conto che da noi l'Italia si aspettava una speranza, non un nemico». E ora che c'è stata la sentenza sul Cav («le sentenze si rispettano, perché la legge è uguale per tutti») il Pd deve smettere «di stare insieme solo perché di là c'è una minaccia».

Commenti

gioch

Gio, 08/08/2013 - 10:55

Prima o popi la capiranno che è un infiltrato di Casini.