LA RESA DEI CONTI

Fine più ingloriosa Romano Prodi non avrebbe potuto immaginare: cadere sommerso dai rifiuti in un mercoledì da Pecoraro. Vuoi mettere con l’aura epica che aveva ammantato l’altro tonfo, la memorabile «congiura del '98» e tutta la letteratura sulla sua uscita di scena? Allora c’era un vago sentore scespiriano, la titanica inimicizia con D’Alema, adesso siamo dalle parti di Totò, Peppino e Pecoraro. Su quella caduta il Professore aveva potuto costruire la propria fortuna politica, su questa, invece, rischia di dire addio al palcoscenico nonostante sia nota la sua cattiveria politica. Cattiveria che, questa volta, potrà servirgli, forse, solo per qualche vendetta postuma. Questo, almeno, è quello che dicono i numeri. A settantadue ore dal voto al Senato, per la mozione di sfiducia al ministro dell'Ambiente, Pecoraro Scanio, il premier ha preso atto che la sua maggioranza è sotto.
Il Professore, però, non si arrende. Deciso a sconfiggere logica, avversari e soprattutto alleati, che ormai da tempo tentano di fargli capire come la sua stagione sia finita. Meglio morire con tutti i Filistei, sembra essere il suo motto. Peccato che lui non sia Sansone e gli altri non abbiano alcuna intenzione di fare la fine dei Filistei. Soprattutto Veltroni. Che comincia a chiedersi quanto valga la pena tenere in piedi un governo che viva alla giornata tra ricatti e veti, col rischio di inciampare in ogni voto al Senato, e che non abbia la materiale capacità di decidere e tenere fede agli accordi presi anche con interlocutori al di fuori della politica, come le parti sociali, che si stanno cercando di coinvolgere in un patto per la ripresa economica del Paese. Meglio un governo tecnico che faccia le riforme, se Berlusconi fosse d’accordo.
Mercoledì sapremo se l’ennesimo escamotage per sopravvivere (trasformare in astensione il voto contro Pecoraro) che Prodi potrebbe trovare, sarà in grado di salvarlo. Ma stavolta, anche se l’agonia parlamentare dovesse protrarsi per qualche mese, il suo è in ogni caso un destino ariostesco: continuare a combattere senza sapere di essere già morto.