LA RESA DEI CONTI

RomaAlfredo Mantovano, che idea si è fatto della vicenda della casa di Montecarlo che investe Gianfranco Fini?
Il sottosegretario all’Interno ascolta e chiede una mezz’ora per rispondere. «La richiamo io», promette. Sarà puntualissimo. Intuiamo che vuole prima riordinare le idee. Il premio alla pazienza sarà un’analisi lucidissima.
Allora, che idea si è fatto?
«Ho difficoltà a farmi un’idea. Com’è noto, ho collaborato in maniera abbastanza stretta con Fini occupandomi di giustizia e sicurezza per An. E quindi c’è una tristezza accompagnata da un disagio personale che credo sia di tutti coloro che hanno fatto un cammino più o meno lungo in An. Detto ciò mi sembra che la vicenda abbia molti particolari che debbano essere chiariti e dico: non aspettiamo che siano prima gli inquirenti a farlo».
Dicono alcuni ex An: tutti sapevano di quella casa, il bilancio fu approvato dall’assemblea...
«Ma l’assemblea non è mai stato il luogo dell’approfondimento ma quello della ratifica, le cose passavano velocissimamente. Chi conosce il clima che c’era in An sa che, malgrado le correnti, c’era fiducia in chi seguiva queste cose. Se questa è una delle linee difensive, insomma, mi sembra di scarso peso».
A proposito di linea difensiva, la convincono gli otto punti di Fini?
«Guardi, quello che non mi convince neanche un po’ è il richiamo ai giudici comunisti. Mi sembra singolare che volendo cercare un argomento polemico nei confronti di Berlusconi si trovi proprio questo, posto che in tanti anni varie volte c’è stata piena sintonia con Fini sugli attacchi della magistratura nei confronti di Berlusconi e del centrodestra, attacchi che non sempre si sono rilevati fondati. Non mi sembra elegante, ecco. E a proposito di eleganza, c’è un’altra cosa».
Dica.
«Non è il massimo anche che Fini abbia puntato l’accento sul tema della legalità. Figuriamoci se non deve esserci la massima attenzione per combattere ogni tipo di illegalità, soprattutto da parte di un governo che sta ottenendo grandi risultati contro la più grande aggressione allo Stato, quella da parte delle organizzazioni mafiose. Scoprire adesso questo tema appare, come è stato già più volte sottolineato, come un ripiego. La battaglia per la legalità non è un’esclusiva di alcun soggetto politico. Soprattutto, di chi trova normale affidare la vendita di un immobile a una società off-shore perché così fan tutti. Veda, io ho un mutuo venticinquennale per il quale i miei figli mi malediranno. Così, anche chi sa come va il mondo magari non si scandalizza ma certo si meraviglia se questa situazione investe uno che ora ha scoperto la legalità».
Fini parla di «campagna mediatica dei giornali berlusconiani». È così?
«I giornali fanno il loro lavoro e spesso questo non è gradevole per quelli di cui si occupano, ma per questo ci sono reazioni come la querela o l’azione civile. Io mi aspetterei da Fini una nota secca in cui si descriva tutti i passaggi della vicenda in modo che tutto sia chiaro a tutti».
Andiamo sul personale. Da ex militante di An non si sente tradito dal «dirottamento» dell’eredità Colleoni?
«Per essere sempre stato vicino al mondo della destra italiana ho ben chiaro nella memoria che il patrimonio del partito per chi era nel Msi era qualcosa di intangibile perché costava sudore e a volte anche soldi: si facevano anche le collette per pagare le sedi. In particolare, io ricordo che nel 1999, quando questa signora morì, fummo tutti sorpresi per il fatto che avesse avuto questo bel gesto di simpatia per la nostra battaglia. C’era una gratitudine sincera nei suoi confronti. Penso che questo sentimento remoto spieghi ampiamente l’irritazione di tanti per questa vicenda. Irritazione che andrebbe rispettata».
Ma Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera?
«Potrei avere questo pensiero se avessi un quadro completo della situazione. Certo, Scajola questo gesto l’ha fatto. Che vuole, avrà avuto le sue ragioni».