Ricatto Fiom: legge Biagi via

Lo scontro nel sindacato offre la sponda agli ultrà della maggioranza. <strong><a href="/a.pic1?ID=205663">Resa dei conti fra Epifani e metalmeccanici</a></strong>. Anche la sinistra estrema pretende dei cambiamenti e minaccia di lasciare il governo

Roma - Il protocollo sul Welfare? «Cambierà, cambierà». Ritornello che ieri rimbalzava tra i sindacati e nelle sedi della sinistra radicale. Perché dopo i terremoti politici arriva sempre il momento dei passi indietro. E il day after del voto con il quale la Fiom-Cgil ha bocciato l’intesa governo-parti sociali su pensioni e lavoro, non ha fatto eccezione. Il segretario Gianni Rinaldini ha assicurato di non voler provocare una crisi. E i leader della sinistra radicale sono passati dal mettersi a disposizione del sindacato che ha di fatto sfiduciato Prodi, a richieste concrete.
Ma la sostanza è che il voto delle tute blu lascia a Rifondazione comunista e Comunisti italiani solo due possibilità: riuscire a cambiare il Protocollo d’intesa, in particolare nella parte in cui si conferma sostanzialmente la Legge Biagi, oppure cambiare il modo di stare al governo. Più realistica la prima strada, visto che lo stesso leader della Cgil Guglielmo Epifani, dopo aver approvato il protocollo, è tornato a chiedere modifiche sui contratti a termine. «Il ministro Damiano - ha assicurato - ha detto che la cambieranno e mi aspetto coerenza». Fonti sindacali davano per spacciato anche lo staff leasing, forma di contratto prevista dalla riforma Biagi.
Di sicuro il governo non potrà fare finta di nulla: «La politica, che è in crisi di credibilità, dovrebbe avere l’umiltà di ascoltare il malessere degli operai». «Il governo non può volgere lo sguardo dall’altra parte», ha spiegato il segretario del Prc Franco Giordano. La risposta al «segnale di disagio» per il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero potrebbe venire con la prossima Finanziaria».
Ancora più esplicita l’ala sinistra del partito, che si è ritrovata con il vento in poppa per lo scavalcamento della Fiom. «I comunisti e la sinistra d’alternativa sono di fronte a un bivio: o cambiano la politica del governo o escono dal governo», ha spiegato il senatore Fosco Giannini, capofila dell’area «Ernesto». Un voto indispensabile a Palazzo Madama.
Ma più che gli equilibri interni al partito di Fausto Bertinotti, pesano gli umori dell’elettorato di riferimento. Il responsabile economico Maurizio Zipponi, ex operaio di Brescia, spiega che «il voto della Fiom non si può leggere con le lenti della politica spettacolo. È il segnale del malessere generale che si respira nelle fabbriche. Più che tenere conto dei risultati del referendum, il Prc ascolterà cosa diranno i lavoratori nelle assemblee e poi deciderà».
In ballo c’è l’esistenza stessa dei partiti della sinistra radicale. E lo spettro di una scissione nel Prc non è dissolto. Sindacalisti navigati hanno visto l’esponente della sinistra Cgil e della Fiom Giorgio Cremaschi, muoversi come un leader politico all’esecutivo unitario dei sindacati. E ieri un altro pezzo di Rifondazione comunista, la Sinistra critica a cui fa riferimento il senatore Franco Turigliatto, già allontanato dal partito, ha annunciato che farà campagna nei luoghi di lavoro per il «no» al referendum insieme a Rete 28 aprile componente Cgil guidata da Cremaschi. Un altro esule di Rifondazione, Marco Ferrando del Partito comunista dei lavoratori, ha proposto comitati unitari per il «no».
Ritorna alta la temperatura anche nei rapporti tra la segreteria della Cgil e la sinistra radicale. Epifani è tornato a chiedere ai partiti di fare «un passo indietro». Appello respinto dal capogruppo del Prc Giovanni Russo Spena secondo il quale la politica deve invece «fare un passo avanti e farsi carico delle esigenze» dei lavoratori.
Tensioni forti ai quali il centrosinistra potrebbe rispondere ridefinendo la maggioranza. Ma che potrebbero anche scaricarsi su uno degli anelli più deboli, cioè il Protocollo sul Welfare. «Non dimentichiamo che non è stato sottoscritto da commercianti e artigiani, che la Confindustria ha condiviso solo la parte sul lavoro e che la Cgil non ha condiviso la parte sulle pensioni», ha spiegato l’esponente azzurro Maurizio Sacconi. Meglio il Patto per l’Italia, che il governo di centrodestra fece firmare «da 36 su 37 organizzazioni. Con l’esclusione della sola Cgil».