Rilancio ma senza smontare il Pdl

A circa un anno dalla data «normale» delle elezioni non si può più tergiversare. La motivazione seria, di fondo della candidatura di Berlusconi alla premiership l'ha data Angelino Alfano nella sua intervista dell'altro ieri al Corriere della Sera, che è stata, fra l'altro, una dimostrazione di forza politica e di lealtà (doti rare in questi tempi): «Quanto alla ragione della sua nuova discesa in campo, è dettata dal fatto che Berlusconi è ancora oggi il più forte candidato del Pdl e che quanto accaduto nell'ultimo anno necessita, giustifica, pretende un giudizio popolare». C'è da aggiungere una ulteriore osservazione. Un'altra ipotesi era possibile, nelle intenzioni dello stesso Berlusconi, qualora la messa in campo di Alfano come segretario del Pdl avesse favorito la formazione di una grande aggregazione di centrodestra fra il Pdl e l'Udc, guidata appunto da Alfano e da Casini. Di questa aggregazione c'erano ragioni assai serie. Ma questa ipotesi è stata rifiutata da Casini che, ponendo come pregiudiziale la totale eliminazione di Berlusconi dalla scena politica, l'ha resa evidentemente impossibile. In effetti Pier Ferdinando Casini che avrebbe potuto svolgere un ruolo strategico contribuendo alla formazione di un grande partito moderato-riformista di centrodestra, ha invece preferito svolgere un ruolo «tattico». L'Udc rimane al centro di tutte le possibili combinazioni, ma giocando di «rimessa». Francamente non credo né alle «nostalgie» (la ricostruzione di An) né ai «ritorni» (di Forza Italia): chi scrive aveva a suo tempo dei dubbi sull'aggregazione fra Forza Italia e An e avrebbe preferito che Forza Italia facesse due patti federativi con An e con l'Udc. Poi arrivò Berlusconi con il discorso del predellino, fu lui a far nascere il Pdl e a determinare il conseguente grande successo elettorale. Adesso, però, non possiamo smontare il Pdl e tornare alla Forza Italia del 1994 anche perché sarebbe un'operazione comunque impossibile.

Nel 1994 Forza Italia nacque grazie al carisma di Berlusconi in una situazione nella quale il circo mediatico-giudiziario e il Pds avevano provocato la distruzione di ben cinque partiti. Successivamente si sono aggregati prima in Forza Italia poi in forme più ampie nel Pdl da un lato un vasto blocco sociale interclassista (piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti, lavoratori dipendenti) dall'altro alcune aree politico-culturali (vasti settori del movimento cattolico, un pezzo del mondo socialista-riformista, una componente laico-liberale, la destra democratica). Se non si fosse prodotta un'osmosi fra il carisma di Berlusconi e queste forze sociali e politico-culturali non si sarebbe mai arrivati ai risultati elettorali del 2008. Adesso non si riparte da zero. Alfano, dal 2010 a oggi, d'intesa con Berlusconi, ha rimesso in piedi un partito con un suo radicamento territoriale, con il decollo di una vita democratica interna, fondata sul tesseramento e sui congressi.

Sappiamo che esistono nuovi modi di comunicare e di far politica. Ma all'antipolitica si risponde anche parlando quotidianamente con la gente nelle piazze, nei bar, nei convegni, nei dibattiti, nei congressi. Fra l'altro con i tagli fatti al finanziamento pubblico dei partiti, questi oggi possono vivere, fare politica, partecipare alle elezioni solo ricorrendo al tradizionale tesseramento, e ai fund raising. In sostanza del Pdl si può cambiare il nome e il simbolo ma esso non può essere smontato nel suo meccanismo associativo di fondo costituito dall'incontro fra l'area politica di Forza Italia, quella derivante da An e quella espressa da formazioni minori. Poi andrà realizzata una giusta combinazione tra rinnovamento e continuità, sapendo però che, in ogni caso, dovranno essere decisivi per svolgere un ruolo dirigente ed elettivo da un lato le eventuali capacità tecniche, dall'altro il radicamento sul territorio dei soggetti protagonisti. Sarà comunque decisiva la nuova legge elettorale che, a nostro avviso, dovrà privilegiare l'alternanza fra i partiti, più che quella fra coalizioni eterogenee. Come sistema elettorale sul campo vedo o il modello spagnolo (i piccoli collegi) o le preferenze.

Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera