IL RITRATTO

Ventotto anni a far di conto nel semi-anonimato. Sopportando senza starnazzi le piume di pavone dei compagni di turno, rischiando scoliosi in ufficio con una capatosta tutta sarda come l’antica origine del cognome. Antonella Casu ha speso una vita da mediana per la squadra radicale. E ora il presidente-allenatore-giocatore-massaggiatore Pannella le mette la fascia di capitano al braccio, lasciandole in eredità le lacrime agli occhi e i groppi in gola di chi non si sente al proprio posto.
Alla segreteria era già salita in primavera, dopo l’elezione di Rita Bernardini in Parlamento. E già allora aveva scosso i lunghi ricci di Gorgone in un tentativo di «gran rifiuto». Guardate che quel posto non fa per me - aveva provato a dire -. Non sono una politica, non sono in grado. Sarà che qualcuno l’ha scambiata per falsa modestia, che di alternative non ce n’erano, che Antonella sta simpatica a molti (perfino a Emma Bonino): fatto sta che sul ponte di comando i Radicali italiani hanno voluto lei. E ora l’hanno praticamente legata al pennone come Ulisse, riconfermandola come cassa di risonanza delle suadenti voci pannelliane. Il ruolo che fu del giovane Rutelli, di Giovanni Negri, di Daniele Capezzone. L’altra faccia, di solito giovane e inesperta ma spesso di valore, dell’ingombrante leader.
Eppure Antonella, 41 anni, voleva restare a remare sottocoperta. Come ha sempre fatto dal 1980, quando i suoi genitori, geneticamente radicali, si fermarono a dare una mano ai banchi per la raccolta firme sui referendum. Da allora, sudore e impegno. «È una persona seria, lavoratrice, precisa», la ricorda Marco Taradash. Ed è un coro di impressioni concordi: Antonella Casu non è una politicante. È una figlia del Partito radicale, una militante oscura. Per riprendere le sue parole, una «radicale ignota». Anni nella tesoreria, quell’angolo dove - nel cono d’ombra delle tv - pulsa il cuore malandato ma pervicace del Partito.
I dare-e-avere dell’amministrazione l’hanno forgiata. Ne hanno fatto una donna quadrata, che vuole sempre portare a termine quanto cominciato. I quattro mesi in cui è stata Segretaria, l’hanno vista arrabattarsi senza fuochi d’artificio ma con costrutto. Ha cambiato stile, ha virato su giacche più eleganti, si è scelta una battaglia meno roboante di quelle su pena di morte, legalizzazione delle droghe leggere o eutanasia. Ha messo a frutto le sue competenze in termini di sprechi e sta portando avanti l’idea di un’anagrafe dei parlamentari, per la trasparenza dei dati degli eletti. In silenzio.
Ed è proprio questa sua ritrosia naturale ad averle fatto chiedere di non essere riconfermata. La ritrosia e l’inconciliabilità con alcuni membri del gruppo dirigente. Si vocifera di rapporti non idilliaci con Marco Cappato e Michele De Lucia. Ma di traverso si è messo Pannella: «Se ti ritiri, perdo io». E Antonella, che al guru di via di Torre Argentina è molto legata, ha ingoiato il boccone amaro e ha obbedito controvoglia.
Antonella non tiene famiglia, ma alla vita privata ci tiene. Non ha fatto del partito l’unica ragione di vita, anche se è militante da quando è adolescente. «Finita questa fase, me ne vado a fare un viaggio», sbotta a tratti. Salvo poi venire trascinata di nuovo nel meccanismo. Così come è accaduto la sera del direttivo, al quale non ha partecipato. Polemiche, telefonate. Ma Antonella era a cena con degli amici. Si era ritagliata un angolo di ombra ancor più impenetrabile, che però non l’ha salvata dall’incoronazione coatta a braccio armato radicale. Farà pure gli scioperi della fame, ma Pannella se vuole arriva ovunque. Anche a tavola, come l’ammazzacaffè.