La rivincita di D'Alema: suoi i franchi tiratori

Roma «Quando muoiono tutti, rimane sempre D'Alema». La frase circolava in Transatlantico ieri subito dopo la fine della votazione che ha ucciso Romano Prodi, seconda vittima della strage democratica. D'Alema che alla fine non perde mai. Lo sconfitto della mattina che a sera è vincitore, quantomeno morale. Il suo nome è echeggiato per quindici volte nell'aula di Montecitorio, durante la quarta votazione, la più drammatica, dall'inizio di questa inconcludente elezione del capo dello Stato. Alla penultima è partito un applauso quasi all'unanimità del centrodestra. Di quei cento voti che sono mancati a Prodi, almeno ottanta potrebbero arrivare da area dalemiana. Quindici bianche, dieci voti in più per Annamaria Cancellieri rispetto alle potenzialità di Scelta Civica, vengono tutti, probabilmente, da lì. Perché dalemiani sono in tanti, un numero magmatico che non è una corrente circoscritta. Anche se nessuno degli indiziati, prima del voto, dava segni di eversione. Eppure la carica dei cento non può essere ovviamente circoscritta al malumore dei mariniani. O al tradimento dei renziani.
«Non possiamo ammazzarne uno ogni mezza giornata - lo sfogo del responsabile esteri Pd, Lapo Pistelli, dopo l'ultimo voto - se candidiamo D'Alema farà la stessa fine». C'era risentimento nelle sue parole. D'Alema, il fantasma di queste votazioni. L'uomo invisibile che non è più in Parlamento e su cui in questi giorni sono girate voci quasi leggendarie: è in Cina, no, è tornato (sta a piazza Mazzini). Il partito è esploso da solo, ma la manina di D'Alema, nonostante la lealtà a distanza, ha schiacciato almeno un tasto del telecomando. «Qui dentro sta vincendo l'odio - il commento di un deputato democratico - e vedrete che se candidiamo D'Alema il Pd si spaccherà ancora».
Stando così le cose, niente è definito. Gli stessi dalemiani ieri in mattinata prospettavano una soluzione istituzionale, e quindi in qualche modo in direzione Cancellieri, se Prodi avesse ottenuto un numero di voti al di sotto della soglia di sicurezza. Comunque i ben informati nel pomeriggio già vaticinavano: «Prodi cadrà, e stanotte i dalemiani lavoreranno con il centrodestra per un voto condiviso».
Comunque il mago Dalemix, che diventi presidente o meno, in un sol colpo ha fatto fuori sia Bersani che Renzi. Renzi l'irriconoscente, che ieri mattina lo ha seppellito preferendogli Prodi in vista di elezioni anticipate. Bersani, schiacciato dai numeri. Senza esporsi, tra l'altro. Giovedì mattina il Baffo del Pd aveva invitato a votare lealmente Franco Marini. Ieri non ha proferito parola su Prodi, anche se Velina Rossa, foglio parlamentare vicinissimo al lìder Maximo, in mattinata scriveva: «Ieri tutti liberi di fare quello che volevano e oggi 80 dalemiani obbligati a votare Prodi per disciplina?». E questo sfogo era in linea con quanto emergeva in Transatlantico con il passare delle ore, ovvero che all'assemblea della mattina del centrosinistra la presunta standing ovation per Prodi era stata un'onda spezzata: almeno un terzo del partito non avrebbe esultato. Ma loro, gli indiziati, fino all'ultimo si sono tenuti al riparo dai sospetti: «Ci saranno pochissimi franchi tiratori - commentava il deputato di area dalemiana Umberto Marroni - e ricordatevi che D'Alema è un uomo di partito, che mette la disciplina al primo posto». E in effetti il fantasma non si è esposto mai, ma un parlamentare su cinque ieri nell'aula della Camera era con lui.