Scalata alla Bnl, tutte le bugie dei Ds

Il ministro degli Esteri <strong><a href="/a.pic1?ID=185554">D'Alema giurava di non sapere niente di Unipol</a></strong>, poi incitava il presidente dell'Unipol, Giovanni Consorte ad acquistare la banca. Cresce la tensione nei Ds, che accusano Romano Prodi di usare le debolezze della Quercia per rafforzarsi a loro spese

Roma - Al Botteghino stanno tutti «abbottonatissimi», secondo la ormai celebre definizione fassiniana. Lo stato maggiore della «ditta» si riunisce di primo mattino, e ci sono tutti: Fassino, D’Alema, Latorre, Veltroni.
Perché bisogna mostrarsi uniti e compatti, anche se non lo si è. E lo dimostra il fatto che, dentro il vertice, quando si affronta il tema del Partito democratico e di come non lasciare che Prodi e la Margherita approfittino della crisi ds per indebolirli al suo interno, la proposta di Fassino di una lista unitaria della Quercia per le elezioni per la Costituente d’ottobre viene bloccata. Da Veltroni e da D’Alema, che attacca: «Ci riderebbero tutti dietro, bisogna andare in campo aperto». Niente patriottismo di partito, ci si conterà anche tra compagni.
Ma la «ditta» è nei guai, come forse mai prima d’ora. «Si sta tentando di delegittimarci sul piano morale ma non c’è alcuna questione morale» denuncia Fassino. L’unico che mantiene intatto il senso dell’umorismo è Latorre, che ai giornalisti che lo assediano annuncia con battuta autoironica: «Non vi rispondo, parlo solo al telefono, io». Per il resto, facce tetre e no comment, al termine di tre ore di riunione parla solo il senatore Brutti per escludere che la Quercia voglia per ora intraprendere iniziative legali sulla diffusione delle intercettazioni. Il comunicato finale denuncia che dietro l’attacco ai ds c’è «il tentativo di delegittimazione della politica e dei partiti, che si manifesta in un clima torbido, alimentato da continui veleni». In realtà, anche se i toni sono alti (si parla di «diffusioni arbitrarie» che violano «leggi, garanzie, dignità delle persone» e che configurano «un’aggressione ai ds e al loro gruppo dirigente ma anche un indebolimento delle certezze dello stato di diritto»), le armi per il contrattacco mancano, o vengono per ora tenute riposte. Non si indicano mandanti o complici, si critica pesantemente ma non si attacca apertamente né la magistratura, per una volta vista come avversaria e non alleata, né i giornali che infieriscono sulla Quercia. Né si denunciano gli alleati poco solidali (ieri solo Amato ha denunciato la «follia italiana» delle intercettazioni)a cominciare da quel Romano Prodi che ai tempi della scalata fallita alla Bnl stava dall’altra parte, e che ora «chiaramente conta sul nostro indebolimento per rafforzarsi», come ammette a mezza bocca un dirigente ds. C’è anche il timore che l’ondata dei veleni non sia finita, dietro la prudenza delle prime reazioni. E la consapevolezza che non ci sono molte sponde su cui contare: il severo editoriale di Repubblica, nel quale il direttore Ezio Mauro denuncia i «rapporti impropri» dell’attuale gruppo dirigente ds con gli attori della scalata e ironizza pesantemente sulla confusione tra Gramsci e Ricucci, ha mandato su tutte le furie D’Alema e Fassino, e viene interpretato come un chiaro segnale. È «quel» gruppo dirigente che si deve fare da parte, e lasciare il campo a nuove energie. A cominciare da Veltroni.
Ma una controffensiva si tenta di farla partire, e il chiaro obiettivo è Prodi. «Il nostro problema è lui, non la Margherita», dice un dirigente fassiniano. «C’è una drammatica crisi di autorevolezza del governo, che provoca lo smottamento elettorale del centrosinistra e lascia campo aperto a vicende torbide come quella delle intercettazioni». Il comunicato finale del vertice ds chiede dunque uno «scatto in avanti» del governo, che deve dare immediate risposte al «profondo malessere» dell’elettorato, segnalato dalle amministrative. È necessario che Prodi la smetta di giocare a fare il mediatore perpetuo tra la sinistra e l’Ulivo, «accampando la scusa che se Rifondazione non ci sta non si può muovere un dito», e scelga una direzione di marcia chiara su «riduzione fiscale, pensioni, Tav». E smetta di occuparsi di legge elettorale, menando il can per l’aia: «Ci vuole una proposta dei partiti dell’Unione, su cui andare al confronto con la Cdl. E il governo ne stia fuori», dicono al Botteghino. «Non è possibile che in Piemonte il governo si sia presentato con un piano di soli 7 chilometri di nuove infrastrutture: sembra una presa in giro, è chiaro che a Nord non ci votano», denunciano gli uomini del segretario ds. Che ieri è salito a Palazzo Chigi per spiegare al premier che sulla svolta riformista, a cominciare dal Dpef, Ds e Margherita non molleranno: «Non saranno le intercettazioni a fermarci».