Scarcerata l'ex moglie di Gucci Lavora in un negozio di moda

Milano Esce ieri mattina, senza emozioni apparenti, dal carcere dove era entrata in un orgia planetaria di gossip in salsa criminale, un pomeriggio di fine gennaio del 1997. Per Patrizia Reggiani Martinelli, nota al mondo in una serie di reincarnazioni via via più drammatiche - lady Gucci, poi vedova Gucci, poi assassina di Gucci - adesso il carcere è davvero finito. Sedici anni sono pochi o sono tanti, per avere ammazzato un ex marito che le avrebbe garantito una vita dorata per il resto dei suoi giorni, e che lei invece ordinò di fare secco in un mix fuori controllo di paura, gelosia e avidità? Domanda difficile. Ci sono assassini più abietti che se la sono cavata con meno, e malcapitati che non avranno mai la chance che ora viene offerta alla vedova nera di corso Venezia.
La seconda vita di Patrizia Gucci ricomincia da una villa - anch'essa dal fosco passato - a due passi dal tribunale dove venne processata e condannata a ventisei anni di carcere, e che ora è il suo nuovo indirizzo. Siamo a cinquecento metri dal triangolo nel centro di Milano dove si consumarono la sua ascesa e la sua caduta, tra il palazzo patrizio dove viveva con le figlie Allegra e Alessandra, e l'androne marmoreo dove la mattina del 27 marzo 1995 un killer piantò un colpo al sedere poi uno alla nuca di suo marito Maurizio. Maurizio che l'aveva piantata, Maurizio che forse voleva risposarsi, toglierle il cognome che l'aveva catapultata - lei, ragazza di origini non eccelse, reduce da un primo matrimonio ricco ma oscuro - nel firmamento del made in Italy, in quella società un po' fatua ma voluttuosa fatta di barche, Saint Moritz, e brave signore della Milano bene che quando si incrociano fan finta di baciarsi. La sua nuova vita ricomincia in fondo da lì, dentro il magico mondo della moda. Mille gradini sotto: Bozart, marchio italiano ormai storico di bijoux e accessori, ma dieci milioni di euro di fatturato annuo, una microbriciola dei 3,14 miliardi che Gucci ha venduto l'anno scorso. Ma chiedere di andare da Bozart, in affidamento ai servizi sociali, per Patrizia Gucci è stato un gesto d'affetto per il proprio passato. Perché nella sua vita precedente abitava vicino a corso Vittorio Emanuele, a due passi dal primo showroom di Bozart, ed era frequente trovarla a fare shopping e a chiacchierare con Erminia Manca, la fondatrice del marchio. «Così - racconta Alessandra Brunero, nuora di Erminia - quando ci è arrivata la sua richiesta ci è sembrato giusto dirle di sì. Perché è un name, ha esperienza, e per un marchio come il nostro può essere un valore aggiunto. Ma soprattutto perché ha il diritto di ricominciare, a prescindere da quello che ha fatto o non ha fatto».
A San Vittore lascia per sempre la cella del reparto femminile che è stata la sua casa per sedici anni, e dove la rude umanità del carcere aveva fatto l'abitudine a convivere con questa donna strana e inafferrabile, e con il piccolo, vivace ermellino che aveva avuto il permesso di tenere con sé. Intorno a lei e al suo omicidio senza senso, commissionato ad una banda di scombinati arruolati tramite la maga di fiducia, gira da sempre un interrogativo clinico. Quanto, dopo la vecchia operazione al cervello, Patrizia Reggiani Gucci aveva mantenuto la lucidità delle sue azioni e dei suoi percorsi mentali? Domande ormai oziose, la giustizia ha fatto il suo corso. E continuerà a farlo ora: ieri Patrizia è uscita perché per legge i tempi erano maturi, e ha diritto di aspettare a piede libero la sentenza del tribunale di sorveglianza sul suo affidamento in prova ai servizi sociali. Le verranno concessi, perché in tutti i tanti permessi premio che dal 2005 in poi ha avuto per brevi licenze da San Vittore, si è comportata bene ed è rientrata puntuale. Quando le avevano offerto il beneficio del lavoro esterno rispose con una battuta leggendaria: «Non ho mai lavorato in vita mia e non intendo cominciare adesso». Evidentemente, ha cambiato idea.