Scocca l'ora di Renzi ma lui fa gli scongiuri: "Non è tutto deciso"

Il rottamatore a un passo dalla segreteria. Però teme che la vittoria sia rovinata dalla scarsa affluenza

Ma chi è quel tenero vecchietto di colore che si fa toccare la mano dal prestigioso sindaco fiorentino Matteo Renzi, proprio mentre s'è scomodato fino a Johannesburg per portargli l'ambito Fiorino d'oro, massima onorificenza di Palazzo Vecchio? La foto - che ormai si sospetta essere di tipo «intelligente», grazie alla proprietà di saper comparire e scomparire alle spalle del sindaco a seconda delle opportunità - ieri ha fatto capolino per qualche tempo su Facebook, a corredo del commosso ricordo che Matteo ha tributato all'«amico Nelson». Alla vigilia dell'Incoronazione dell'Immacolata, s'è dovuto vedere anche questo: che la rete di amici-nemici pidini impazzisse per qualche ora per la foto ricordo con Mandela, «neanche quando muore un gigante come lui riesci a evitare di parlare di te stesso... ma vergognati», finché Renzi stesso non ha provveduto a rimuoverla, per scongiurare effetti boomerang. «Non ho una foto con Mandela e comunque non l'avrei pubblicata...», non evita la facile ironia Pippo Civati, il terzo incomodo delle primarie di domani, dato dai sondaggi in buona rincorsa sull'affaticato Cuperlo. D'altronde i sondaggi danno Renzi in una forbice tra il 56 e il 60 per cento, e dunque bisogna occuparsi d'altro: per esempio dell'affluenza, visto che la forbice in questo caso è enorme, da 900mila a oltre due milioni di partecipanti, segno di un'emorragia che forse neppure il ripensamento di Romano Prodi riuscirà a frenare. Colpo preparato o no, e sentenza proporzionalista della Consulta a parte, si dice che sia stato lo stesso sindaco, complici uno stuolo di comuni amici, a insistere molto affinché il Prof smentisse se stesso e ravvivasse una competizione che rischia di dare il secondo colpo alle aspirazioni renziane. L'ultima telefonata, nella quale il sindaco ha puntato tutto sui timori di una legge elettorale che metta fine al bipolarismo («sono d'accordo con lui, è l'unica soluzione per l'Italia») e «riporti indietro le lancette della storia», ha avuto l'effetto sperato. Prodi farà la coda come gli altri e, non potendo (volendo) fare ancora endorsement, lascia che sia il fratello Vittorio a prender partito: «Voto per Matteo, sarà un leader autorevole».

«Se vota anche Prodi, meglio» è invece il finto-laconico commento del sindaco, che ha fatto di tutto per tenere desta l'attenzione e far diventare il voto alle primarie un referendum pro o contro di lui, pro o contro le sue idee di cambiamento. «Non è tutto già deciso, non facciamoci fregare», ha ripetuto incessantemente. «Anche per me, oggi, chiedere di nuovo di votarmi non è facile», ha scritto in una lettera-appello. Poi gli affondi nel comizio di chiusura, con l'intero repertorio: dal sorriso, «perché quando sottovalutiamo Berlusconi, mediaticamente il più bravo, poi piangiamo» a Letta, «forte all'estero, ma in Italia rinvia troppo», a Bersani «con il quale non ho mai legato», ma sul quale non infierisce perché «preferisco prendermela con quelli vivi e forti». Parole che fanno infuriare il sanculotto Stumpo. Vola qualche parola grossa tra le seconde file, ma è lo stanco rituale di una vigilia senz'anima. Il partito attende il suo Papa straniero, e spera solo di non aver venduto l'anima al diavolo.