Scocca l'ora del rimpasto ma Monti si sfila subito

RomaMentre aspettava l'arrivo della Befana, il 6 gennaio (alle 6,47 di mattina) Matteo Renzi ha scritto su Twitter: «Non voglio sentire parlare di rimpasto, chiamamolo Letta-restart o Letta-reborn».
Forse questo cinguettìo rientra tra i motivi per i quali Enrico Letta - lamenta il sindaco di Firenze - non si fida di lui. I rimpasti, infatti, si sa come iniziano, non come finiscono. E chi rischia di più è chi ha più da perdere. Come chi mette in ballo posizioni di rilievo a Palazzo Chigi, per esempio. Anche perché, escluse le dimissioni spontanee dei ministri, per far scattare la «ripartenza» ipotizzata da Renzi alla Befana, sono necessarie le dimissioni del presidente del Consiglio.
Non a caso, Letta ed Alfano (premier e vicepremier) sono i più cauti a pronunciare il termine «rimpasto». E non è un caso che ad affrontare il tema sia l'unico ministro renziano del governo, Graziano Delrio: «Il tema del rimpasto verrà affrontato se ci sarà una nuova agenda» di governo. E tale dovrebbe essere il contratto di governo che il presidente del Consiglio conta di completare al rientro della missione in Messico.
Nuovo programma, nuovo governo: questo l'automatismo su cui sembra muoversi Renzi. Una cosa sembra sicura. Nel «Letta-restart» (copyright del sindaco) non ci sarà Mario Monti. L'ex premier ha avvertito il bisogno di annunciare via Facebook la sua indisponibilità ad assumere incarichi di governo «all'Economia o per altre posizioni». Mentre conferma la propria disponibilità (già manifestata a Letta e Napolitano) per eventuali incarichi in Europa. Ed aggiunge che «la migliore soluzione possibile» all'Economia resta Saccomanni, «anche se mi piacerebbe vederlo più grintoso verso talune miserie dei partiti e più incalzante sulle riforme».
L'endorsment montiano verso Saccomanni, però, non mette il ministro al riparo dal rischio-sostituzione. Ha buoni sponsor in Italia (Quirinale) ed all'estero (Bce). Ma ha rapporti meno buoni con la Commissione europea ed i mercati. Lui, comunque, è convinto di essere confermato anche nel Letta-bis; molto probabilmente dopo aver ricevuto rassicurazioni in tal senso.
Nello schema renziano del «restart», che il Palazzo romano traduce come «Letta-bis», perde quota poi l'eventuale sfiducia individuale per questo o quel ministro. Nunzia De Girolamo, quindi, rimarrà ministro dell'Agricoltura fino a quando non ci sarà (se ci sarà) un nuovo governo guidato da Enrico Letta. I pretendenti, comunque, non mancano. A partire da Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo: uomo (apprezzato) dal Pd ma molto stimato anche nel centro-destra.
Matteo Renzi dice che solo tra 15 giorni sarà possibile capire se ci sarà o meno un «restart» del governo. Una circostanza, comunque, è chiara. La nuova segreteria del Pd ha messo nel mirino tutti i ministri più o meno vicini al Quirinale: Saccomanni, Cancellieri, Giovannini sono tra i bersagli preferiti del sindaco di Firenze e dei membri della segreteria. Il primo per il pasticcio sugli insegnanti e sull'Imu, la seconda per il caso Ligresti, il terzo perché non condivide il «jobs act» presentato dal Pd.
Non sono molto apprezzati nemmeno Flavio Zanonato (Sviluppo economico) e Massimo Bray (Beni culturali). Mentre gira voce che il giudizio di Renzi su Andrea Orlando (Ambiente) non sia molto diverso da quello espresso su Stefano Fassina. «Chi?».